Non avere paura

 

 

 

 

 

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Diario di viaggio. 3 ottobre

Oggi in Italia è la giornata dello sciopero generale per la Flotilla e per Gaza.
Qui mi è stato chiesto se sono orgoglioso di quel che avviene in Italia, e ho senz'altro risposto di sì. Questa terribile vicenda ha scosso la coscienza collettiva, risvegliando un sentimento profondo che era soffocato ma non spento.
L'ho già detto: è incredibile come la Palestina sia diventato il simbolo di sofferenze e aspirazioni che così a lungo non sono riuscite a esprimersi. E sono felice di essermi inaspettatamente trovato a vivere questo momento in modo così intenso.
Alla soglia dei settant'anni mi trovo a ricongiungermi con qualcosa che altrettanto intensamente avevo vissuto da giovanissimo.
Non allo stesso modo, tengo a precisarlo, perché di mezzo c'è il cammino di una vita; ma è importante ritrovare ciò da cui si è partiti, e poterlo reintegrare.

Quando pensavo a questo viaggio la mente inevitabilmente andava ai grandi viaggi per mare della nostra tradizione classica: all'Odissea, all'Eneide.
C'è qualcosa del genere, in questa navigazione. Ma anche, profondamente, la dimensione del viaggio interiore.
Forse è per tutti: navigando verso Gaza andiamo incontro a noi stessi. Io ne sono particolarmente consapevole, ma penso che sia così per tutti.

Mentre in Italia accade quel che accade, e in vario modo è così nel mondo, questo è per me il giorno in cui ho iniziato qui a bordo una pratica meditativa. Con un piccolissimo gruppo, questa mattina poco dopo le 8, nello stesso luogo in cui avviene la preghiera dei musulmani.
La mia particolare identità qua è nota, anche se non la ostento. In ogni caso faccio attenzione agli sguardi, spesso di simpatia o almeno di curiosità, talvolta anche di diffidenza. A me sembra che sia importante stare con gli altri con discrezione e semplicità, condividendo quello che si vive, che è indubbiamente molto.

Presentando la meditazione, ho fatto innanzitutto osservare che indossavo un certo abito per segnalare che quello che avrei detto non viene da me, ma da molto lontano, e che però non c'è alcuna necessità di essere buddhisti, perché quello che propongo appartiene all'umanità nel suo senso più universale. Poi ho detto che, quando avevo iniziato a riunire gruppi di meditazione, mi era venuto un nome: "non avere paura".
È chiaro che questa espressione acquista un significato molto forte nella situazione in cui ci troviamo, ma può valere in genere per la vita. Questo nostro viaggio è del resto anche una metafora della vita.

Che rapporto c'è tra quello che si vive in migliaia o milioni di persone oggi nelle piazze di Italia e del mondo e questa piccola, sommessa esperienza di meditazione, inosservata alla stessa maggioranza di chi è su questa nave? Che rapporto c'è tra l'azione politica e sociale per la libertà e la giustizia, tornata improvvisamente alla ribalta, e la ricerca della libertà interiore?

Potrei dire che la prima consente di vivere momenti entusiasmanti, almeno a chi ha saputo compiere una scelta. Bisogna però anche sapere che quella scelta non sarà mai definitiva.
Quanto facilmente la liberazione si tramuta in tirannia? E quel che oggi pare decisivo, lo sarà domani ancora?
Ecco, in poche parole, ciò che mi separa dagli anni giovanili...

Potrei dire che la libertà, nel suo senso più profondo, autentico e definitivo, può essere solo spirituale, che richiede l'impegno dell'intera vita, e anche la capacità di distanziarsi dalle circostanze esteriori.
Detto questo, può però prescinderne? Deve essere un isolarsi, un rifugiarsi in sé, o è l'io ciò da cui in ultimo bisogna uscire?
Da quale paura bisogna liberarsi se non da quella di uscire nel mare sconfinato della vita?

Poco fa, con la nostra nave, abbiamo incontrato la flotta delle più piccole imbarcazioni della Thousand Madleens, che stanno facendo vela sulla nostra stessa rotta verso Gaza. Non oso pensare cosa sia per loro questo mare mosso, che già qua sopra non ti lascia stare in piedi...
Le stiamo superando, perché, per una ragione tecnica che pare assurda, se rallentassimo consumeremmo più carburante e quel che abbiamo non sarebbe sufficiente.
Ce le lasciamo alle spalle, a costo di arrivare da soli dove saremo intercettati.
Ci si saluta soltanto, ed è però una scena indimenticabile. In quelle vele, in questi saluti, c'è tutto quel che c'è di grande nell'umanità. Sono felice di essere qui e di averlo visto e sentito in me.

Si vedono ragazzi, come quelli che ovunque stanno scendendo in piazza.
La generazione che pareva assente adesso c'è, prende il suo posto nella storia.
Molto ci sarebbe da dire, molto da precisare, da vedere sotto varie angolazioni, ma mi prendo la responsabilità di dire che è poco rispetto a questo.
Nell'epoca dell'intelligenza artificiale quelle vele sono la testimonianza che l'umanità c'è ancora, che sa cosa sia la sofferenza altrui, che sa mettersi in gioco generosamente, anche rischiando di sbagliare.
Oggi questi giovani sanno per cosa vivere, e si congiungono a tutte le precedenti generazioni, coi difetti anche grandi di ciascuno, ma col tesoro incommensurabile che ciascuno porta in sé.

È incredibile, non facciamo che incontrare nuove vele. Sono ali, per chi ha scelto di volare.
Penso di sapere pienamente adesso perché son qua: per avere intimamente la certezza che ci sarà, nel magma comunque sempre inafferrabile della storia e della vita, un futuro per gli uomini.

Il tempo e le generazioni fluiscono come queste onde.
Il mare è come non avesse tempo, ma ogni onda ha una fisionomia propria, ed è attraverso quella che il mare prende forma.
Non avere paura: questo dobbiamo dire a noi stessi e a chiunque incontriamo.
Non avere paura di vivere. Entra pienamente nella vita. Non ti mancherà più niente.

Pare che da domani entreremo nella cosiddetta zona rossa. Da domani potremo essere attaccati.
È sorprendente, ma il pensiero non intimorisce, sono stupefatto di avvertire anzi una sorta di allegria.
Quando si è davvero nella vita, niente e nessuno può più toglierla.

 

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