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Ascesi, attesa di felicità

Zeno Motta

 

Zeno artDa monaco cristiano, mi viene spontaneo ascoltare la domanda sulla eventuale fine dell'edonismo all'interno di quel grande codice che è la Bibbia. Almeno per assonanza, è facile pensare al giardino di Eden.

   Adamo ed Eva sono cacciati dal giardino, ma il giardino non viene distrutto. Nei primi capitoli della Genesi si percepisce una grande nostalgia per quella condizione di felicità. Gli episodi di Caino ed Abele e della costruzione della torre a Babele sembrano tentativi di forzare le porte del giardino sbarrate dai cherubini. Eppure il giardino di Eden resta lì, con la sua promessa di felicità.

   Il clima cambia con Abramo, che non torna indietro ma parte, si lascia alle spalle la sua terra attratto da una promessa. « Va’ verso un'altra terra » dice una voce con insistenza « Diventerai una benedizione ». Se permettete il paragone, mi sembra di assistere all'azzardo di Cristoforo Colombo, che cerca una rotta per le Indie dove la ricchezza abbonda. Ma per andare  in Oriente, pensa bene  di dirigersi verso Occidente.

   Eden rimane, dunque, come una promessa di felicità, una promessa che riemerge  nel libro dei Salmi e suona come una proposta: « Chi è l'uomo che vuole la vita e brama vedere giorni felici?[1]». La risposta non è scontata. Sono possibili ancora giorni felici ? È anche la nostra domanda.

   Ci può essere utile rileggere la Regola di S. Benedetto, perché questa provocazione è proposta fin dalle prime righe del testo. Chiediamoci allora in quale contesto questa domanda risuona. Come la Regola, la vita monastica tenta una risposta. Quale esito può avere questa risposta ?.

 

 a. La promessa della felicità 

    È interessante sapere che il VI secolo, in cui vive Benedetto,  è tempo di incertezza. L'Italia è scossa dalla violenza. Soffre  per la povertà e la carestia. Assiste all'arrivo di popoli nuovi. Cosa può spingere un giovane di buona famiglia  a lasciare la città di Roma e gli studi per cercare la solitudine ?

   Così descrive gli inizi dell'avventura monastica di Benedetto  un altro grande latino, Gregorio Magno, forse con una vena di invidia e nostalgia: « Vi fu un uomo di vita santa, Benedetto di nome e per grazia. Ancora nella prima età, egli già possedeva un cuore maturo […] anticipando l'età adulta per la gravità del suo tenore di vita. […] Fu mandato a Roma per dedicarsi agli studi umanistici. Tuttavia […] subito ritrasse il piede dalla soglia di quel mondo. […] Si ritirò dal mondo, consapevolmente ignaro e sapientemente sprovvisto della scienza del mondo. »[2]

     È facile immaginare questo giovane, imbevuto di una cultura letteraria e giuridica respirata fin da bambino. Nella sua famiglia doveva esserci una certa nostalgia di un quadro civile solido e dal ricordo un po' mitizzato di uomini prestigiosi. Benedetto porta con sé l'eredità dell'equilibrio romano e della humanitas latina. Tutta la regola ne è impregnata. Nonostante la ricchezza di tale bagaglio, questo rampollo di buona famiglia si decide a cercare altro. Meglio vivere di una promessa che di una nostalgia.

   Risuona già nelle sue orecchie la domanda che proporrà ai suoi monaci: « Chi è l'uomo che brama vedere giorni felici ?». Rispondere : « io sono quest'uomo » significa  preparasi ad un lungo viaggio. Infatti la regola continua dicendo « Cinti i fianchi con la fede e la pratica costante delle buone azioni, procediamo sulle vie di Dio sotto la guida del Vangelo »[3]  La Regola di Benedetto è segnata dal  clima in cui nasce. Scritta in un periodo di crisi e adatta ad attraversare le crisi. Qui sta uno dei motivi della sua vitalità così longeva. Per questo ci è utile rileggerla dopo quattordici secoli dalla sua stesura.

   Eccoci dunque esposti con Benedetto alla domanda sulla felicità e al fascino dei desideri. La Regola si fonda su questo presupposto e risponde a questa provocazione con la modalità propria di ogni vita monastica, cioè con la proposta di una ascesi. 

 

 

b. La proposta di una ascesi

 

   « Cinti i fianchi con la fede » dice la Regola. Il viaggio verso l'appuntamento con la promessa della felicità è cominciato. Nella borsa prima di tutto la fiducia, ma non solo. Ad essa va aggiunta « la pratica costante delle buone azioni»[4]. Si parla qui della pratica di un'ascesi, e su questo concetreremo la nostra attenzione.

   S. Benedetto spiega che, per rispondere all'appello di Dio, « Dobbiamo allenare il cuore e il corpo ». Chi decide di partire, spinto dalla fiducia e attratto dalla felicità, è costretto ad avventurarsi per una via che all'inizio non può essere che stretta, ma poi dilata il cuore e lo apre ad una indicibile dolcezza[5]. Si tratta della tappa della vita attiva, che precede e prepara la vita contemplativa. L'ascesi è l'esercizio di un’attesa che passa attraverso delle partiche, delle cose da fare. È un modo specifico di stare nel mondo per assumere un altro sguardo sul mondo, per assumere lo sguardo che ha Dio sul  mondo. Il monastero è la palestra, l'officina dove si esercita questa arte,  questo mestiere[6].

 

   Quali sono gli esercizi prescritti in questa palestra, in cui si  impara l'arte di attendere?

   S. Benedetto dice che, quando qualcuno bussa alla porta del monastero per fare parte della comunità, è necessario constatare se ci sono le attitudini che predispongono a quelle attività che saranno le occupazioni di questo laboratorio. È necessario scrutare se chi bussa alla porta è sollecito all'Opus Dei, all'obbedienza, alle prestazioni umilianti[7]. In altre parole, S. Benedetto propone di esercitarsi a dare un ritmo al tempo, ad imparare l'ascolto, a fare i conti con la realtà.

  

    Innanzitutto l'Opus Dei, l'Opera di Dio, espressione che indica in modo proprio la liturgia, ma si allarga anche oltre lo spazio della celebrazione.

   La liturgia scandisce il tempo del monastero, nella giornata e durate l'anno. Dio è sempre all'opera e la sua azione creatrice non si è esaurita. Il tempo è il primo strumento della sua azione. Il primo giorno della creazione Dio disse « Sia la luce », e divise il giorno dalla notte. Nella liturgia quest'opera continua, e Dio ne resta il primo artefice. La scansione del tempo resta la prima caratteristica della sua azione. L'ascesi monastica aderisce all'opera di Dio organizzando il tempo secondo il ritmo della liturgia, e lo scandisce con il canto dei Salmi. I tempi della liturgia sono di aiuto a dare un ritmo al tempo. Un tempo senza ritmo divora.

   Nella Regola, Benedetto si preoccupa che i novizi abbiamo un luogo per loro dove meditino, mangino e dormano[8]. L'attenzione ai bisogni  più semplici della persona resta primario, e oggi ancora più urgente. La prima attenzione che bisogna avere verso un novizio è condurlo ad aderire nel sonno e nel cibo al ritmo della liturgia.

   Le pratiche della veglia e del digiuno scandiscono i giorni e i tempi dell'anno. Ma ad essi sono da unire i pasti di festa e la pacificazione del sonno. Ogni sera a compieta preghiamo con il Salmo che dice « In pace mi corico e subito mi addormento. Tu solo Signore al sicuro mi fai riposare »[9]. Questo equilibrio non è per niente scontato. L'armonia di questi ritmi dice molto sulla serenità delle persone ed è un segnale importante per cogliere progressi, fatiche, resistenze. Anche negli ospiti un buon sonno, di cui molti hanno una grande nostalgia, segnala che i giorni passati in monastero sono fruttuosi. 

   Cercare l'armonia fra i ritmi biologici più semplici e l'opera della liturgia dice più di una esigenza di ordine che prende distanza da ritmi frenetici e non rispettosi delle persone. Dice più di una rinnovata capacità di ascoltare i ritmi naturali del corpo e dell'alternarsi del giorno e della  notte. Dice un sapersi aspettati e un sapersi aspettare. Il tempo che divora è forse segnale di una  solitudine malata. Ma il tempo ci è dato per ri-crearci, perché  è spazio di appuntamenti. Si esige di essere presenti e sappiamo di essere aspettati. Questo ci  ri-crea.

 

    Da qui passiamo subito alla seconda pratica che ci suggerisce la Regola. Si tratta dell'obbedienza.

   Salto tutte i chiarimenti che sarebbero necessari per andare oltre i sospetti  e le ambiguità che porta con sé questa parola, per dire che l'obbedienza è l'esercizio di percepire chi ti sta davanti. Nella sua essenza l'obbedienza è l'arte dell'ascolto e del silenzio. La prima parola della Regola è « Ascolta !». Il tempo espone all'opera di Dio. L'ascesi, la pratica di un ritmo di vita, collabora a questa azione. Ma il ritmo, il rintocco delle ore va ascoltato, e su questo ritmo occorre misursi.

   Non siamo infiniti, non siamo misura di noi stessi. L'infinito ci avvolge, ci aspetta, ci è preparato. Egli è la nostra misura. Il silenzio è la percezione meravigliata dell'infinito. Il silenzio è l'attesa di una parola che viene da altrove, che mi dica i sentieri per l'infinito. Chi mi sta di fronte è questo accesso. È porta spesso appena socchiusa, attraverso cui sbirciare per vedere oltre. E il silenzio è questa attenzione curiosa, che fa il clima di un monastero e anche il suo fascino.

   Ma il silenzio di un monastero è abitato dalla campana che chiama alla preghiera, dalla cura dei luoghi, dalla voglia di collaborare ad un'opera comune. Chi viene alla ricerca della vita monastica ha voglia di rendersi utile. Lo stesso capita per gli ospiti, che non è raro che chiedano di lavorare. Quello che tentiamo, pur con tanti limiti, è di lavorare in un clima di silenzio che permetta di continuare la preghiera, cominciata nella veglia del mattino.

   Nel silenzio anche la disponibilità reciproca risulta più facile. Quando questo avviene, si percepisce che qualcosa di significativo sta avvenendo, pur nella banalità dei gesti del lavoro. Ma quali tempeste si scatenano nell'animo quando c'è da lavorare insieme, e ci viene chiesto di essere disponibili ad un punto di vista diverso dal nostro sulle cose da fare !  La reazione può prendere il segno della ribellione, o quello della rinuncia ad una  responsabilità adulta. Qui sta il segnale che, nel silenzio e nell'obbedienza, si toccano le fibre più profonde fragili della persona.

   È facile immaginare che ci sono dei rischi e della fatiche. Per questo il primo compito di chi ha responsabilità è ascoltare. Per paradosso, chi ha il compito di parlare con  autorità è il primo che è chiamato all'ascesi, alla palestra dell'ascolto e dell'obbedienza. In ogni caso, da qualsiasi punto si parta, la pratica del silenzio, dell'ascolto, dell'obbedienza sono un bene che conducono oltre, che portano a Dio [10].

 

    Veniamo al terzo esercizio proposto dell'ascesi benedettina. Si tratta di essere pronti a quelle che vengono chiamate le « prestazioni umilianti »[11]. È una espressione non facile da spiegare. In sintesi, essa evoca la prontezza a fare quello che c'è da fare, e quindi la disponibilità al lavoro che è richiesto.

   La fatica del lavoro che è da fare, anche se non piace, è l'umiliazione di Adamo cacciato dal giardino di Eden. La vita monastica assume come fonte di crescita e maturazione umana la fatica che tocca ad ogni uomo, senza idealismi e spiritualismi. Questo esclude che la fatica sia di per sé un valore. Può essere occasione di degrado. Lo è all'interno di una condizione di schiavitù e di sfruttamento. Lo è se è legata ad uno scambio ricattatorio legato alla necessità di guadagnarsi il pane, anche a costo della propria dignità e della propria salute.

   Le prestazioni umilianti a cui si riferisce Benedetto non hanno questo sfondo, anche se lo tengono presente per la solidarietà che lega i monaci alla condizione di ogni uomo figlio di Adamo. Il valore sta in un senso di appartenenza. Se il monastero è la tua casa, e la comunità un analogo della tua famiglia, allora fai quello che c'è da fare perchè lavori sul tuo. Quindi la fatica del lavoro richiama un’altra ascesi, un altro esercizio di sapienza pratica che è la stabilità nella comunità. Questo impegno  viene richiesto al momento della professione monastica.

   All'interno della fedeltà della relazione, e della compromissione con un gruppo umano a cui leghi il tuo futuro, ha senso la cura della cose, dalle più semplici e quotidiane a quelle più complesse e faticose. Non è un caso che, al cuore delle indicazioni sui lavori da fare, S. Benedetto si dilunghi sul servizio della cucina, dedichi grande attenzione alla cura dei fanciulli, dei malati e degli anziani. La Regola sottolinea l'importanza di questi servizi, chiedendo ai monaci di ripetere il gesto che Gesù ha fatto durante l'ultima cena, in occasione del cambio di turno. « Chi termina il servizio [della cucina] e chi lo inizia deve lavare i piedi di tutti i fratelli »[12]

 

 c) Il frutto dell'ascesi: l'anziano

 

   Ecco deliniata qualche caratteristica dell'ascesi monastica benedettina, come esercizio di sapienza pratica e attesa di felicità.

   Resta da chiederci quale sbocco è immaginato per colui che ha allenato il cuore e il corpo nell'ascesi. S. Benedetto afferma che la sua è una Regola per principianti. L'ascesi è l'avvio per un oltre. La vita attiva introduce alla vita contemplativa. L'ascesi riguarda le mani. La contemplazione riguarda gli occhi.

   Le mani hanno un raggio d'azione limitato. A loro è affidato solo l'inizio. La vista arriva lontano. L'ascesi  ci dice che possiamo poco. Abbiamo a disposizione una spazio di libertà, ma  uno spazio limitato. Per questo l'ascesi, mentre conduce alla pace dell'umiltà, dell'accettazione del limite, accende anche il desiderio di guardare più lontano.  La vita è più grande di noi e il Dio che ci dona la vita è ancora più grande.

   Nella biografia scritta da Gregorio Magno, Benedetto, una volta giunto alle vette dell'ascesi, acquista il dono di uno sguardo penetrante che lo assimila ai grandi profeti dell'Antico Testamento. Fra i molti episodi ne cito uno, comico e drammatico allo stesso tempo. Si tratta dell'incontro di S. Benedetto con il re Totila, capo del popolo dei Goti.

   Questo condottiero, abile e sanguinario era il terrore della popolazione. Ebbene, Totila viene raggiunto dalla fama di S. Benedetto. Si dice che quest'uomo di Dio è dotato dello spirito profetico[13]. Ma il re non si fida e vuole divertirsi alle sue spalle. Allora annuncia la sua visita, e poi manda avanti il suo scudiero, vestito degli abiti più sontuosi e accompagnato da una scorta  imponente. Ma appena lo scudiero arriva al monastero, Benedetto gli dice « Togliti quell'abito che indossi. Non è tuo ». Una volta smascherato, il re Totila si avvicina di persona e vede Benedetto seduto in tutta tranquillità, per niente agitato per la visita che sta per ricevere. E qui ecco il momento drammatico dell'incontro. Benedetto gli predice i suoi successi - Totila entrerà vittorioso a Roma – ma lo rimprovera per la sua violenza. Gregorio conclude che da quel giorno Totila fu meno crudele.

   Nella Regola l'uomo maturato dalla pratica dall'ascesi, che ha avuto accesso alla vita contemplativa, è l'anziano. Fra le varie figure proposte, mi è sempre simpatica quella del portiere, così simile nel suo atteggiamento a quello che il papa Gregorio ci racconta di Benedetto. Si dice che « alla porta del monastero sia posto un anziano saggio, capace di ascoltare e di rispondere ». Gli si chiede che, quando qualcuno bussi alla porta, risponda con tutta la mansuetudine data dal timore di Dio.[14] Chi teme Dio veramente, non teme gli uomini, come abbiamo visto.

 

    Spero non sia presuntuoso sperare che il futuro ci doni ancora, dentro e  fuori dai monasteri, degli anziani che, maturati nell'uso sapiente del tempo, nell'ascolto e di silenzio, nell'adesione alla vita così com'è, sappiano acquisire uno sguardo lungimirante e benevolo. Saranno questi che ci insegneranno a rispondere alla domanda del Salmo « Chi è l'uomo che desidera la vita ? » alla maniera di Abramo, che non si volta a guardare indietro verso l'Eden, perduto ma non distrutto.

   Anziani capaci di guardare distante per ricevere un'eredità che altri godranno, che la loro discendenza godrà ; capaci sempre di partire, attrati da un desiderio che è promessa ; capaci di partire, anche se non si sa dove si va



[1]    Sal 33,13

[2]    Vita di S. Benedetto, Ed. EDB 2009, p. 15

[3]    RB Prol,21

[4]    Cfr RB Prol, 21

[5]    RB Prol, 40.48-49

[6]    Cfr RB 4,78

[7]    Cfr RB 58,7

[8]    Cfr RB 58,5

[9]    Sal 4,9

[10] Cfr RB 71,1-2

[11] In latino obprobria Cfr RB 58,7. Vedi anche  Basilio Reg. diffuse 10,2 :« se senza difficoltà sopporta ogni fatica fisica che gli venga comandata . […] se si rivela disposto senza vergognarsene a ogni umiliazione e accetta senza disdegno di essere adibito ai lavori umili  e spregevoli quando risultino necessari »

[12] Cfr RB 35,9

[13] Cfr Dialoghi  II,XIV-XV

[14] Cfr RB 66,1-4