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libert-che-guida-il-popoloL’abito non fa il monaco, ciò vale anche per la democrazia: c’è una veste e c’è una natura, che non sempre coincidono. Anzi possiamo ben dire che negli ultimi due secoli abbiamo visto di tutto e di ogni peggio affermarsi o transitare in nome della democrazia e del popolo. Quindi la lectio magistralis di Flores d’Arcais viaggia su un binario molto trafficato, cha ha fatto storia in Francia, Russia, Messico, Cina, Cambogia, Corea del Nord e via dicendo, e comunque ha sempre serpeggiato in Europa. Ora forse in pieno boom fondamentalista globale anche le nostre non giovani democrazie sono potentemente sollecitate a radicalizzarsi nei loro aspetti più intolleranti e fanatici, ad affermare la nostra possibilità jihadista, che è il laicismo. E non stupisca che siano imponenti intellettuali a indicare le rotte, è ciò che accade sempre ed ovunque, ed è stato un problema fondamentale della teoria rivoluzionaria, grosso modo risolto con la nozione di avanguardia, corretta da quella di “intellettuale organico alle masse”. Il fatto è che più si sviluppa l’apparato politico, più si apre il divario tra élite e popolo, cioè tra idealità intellettuale e vita reale, e meno gli intellettuali sono organici al popolo per farsi organici al sistema. Infatti l’unico modo per colmare il divario tra apparato e popolazione diviene la pressione ideologica, che abbisogna di ideatori, appunto, al vertice, propugnatori compiacenti, intermedi, e di una massa di manovra che si trova nelle folle ignoranti.

 

Il popolo di suo non sarebbe mai ignorante, perché possiede e partecipa per natura di un apparato conoscitivo, esperienziale e normativo suo proprio, depositato nella tradizione e da essa sempre riattinto. Per farlo ignorante occorrono due cose fondamentali: convincerlo di esserlo, rendendo desuete, sospette e ridicole le sue tradizioni, e sradicarlo dalle sue certezze, dai suoi modelli e dalle sue abitudini con l’imposizione di forme di vita nuova, elaborate e gestite artificialmente e direttamente dal potere dominante. Questa è la caratteristica specifica della modernizzazione che presuppone sempre daccapo la tabula rasa.

Nel torno di una, massimo due generazioni viene compiuto il passaggio e si ha a disposizione una massa instabile e non direi devota, ma piuttosto dipendente, perché ha perso ogni autonomia rispetto alla sfera politica, essendo stata politicizzata a prezzo del mondo della vita. Tale massa è attivabile facendo leva sulle passioni fondamentali: la brama e la paura. Perciò, in una società dominata dai media e dai poteri occulti, diventa facilissimo a chi non subisce controllo dal basso creare ottundimento ovvero panico, suscitare sdegno orientando l’identificazione e financo la creazione di nemici, mobilitare energie necessariamente fanatiche, perché disancorate da un riferimento, esterno alla fonte stessa della passione, che consenta il discernimento. È quel che accade nel mondo, che è accaduto fin da prima anche nel nostro mondo, che sta riaccadendo, mutatis mutandis, nel cuore delle nostre attuali  democrazie.

Perché il termine democrazia non è sufficiente garanzia, potendo essere semplicemente la veste, il travestimento addirittura, di un dispotico dominio. E tale è, spiace dirlo, nella visione laicista, nella quale si rivela non da oggi la tentazione insopprimibile della democrazia continentale alla tirannide.

 

I mali endemici della democrazia sono l’astrattezza e il nichilismo.

Il primo deriva dall’applicazione di un modello che prevede la partecipazione diretta al bene comune da parte dei membri della comunità, in condizioni però di dissoluzione di ogni comunità nel mare della società di massa; o, detto in altri termini, un modello ricavato da piccoli sistemi tradizionali autogestiti (il famoso popolo di Rousseau che delibera tutto insieme riunito sotto la grande quercia) applicato a grandi sistemi necessariamente eterogestiti. Il secondo dall’aver escluso progressivamente la saggezza umana dall’attività di governo, per sostituirla con parametri e funzioni derivati dal nuovo paradigma scientifico. Il quale comporta anch’esso la condizione della tabula rasa di cui si diceva sopra.

Tuttavia si può ancora dire che essa democrazia resta il male minore, ma meglio ancora sarebbe dire che, di fronte ai rischi incalcolabili di un suo smantellamento, converrebbe far risorgere tutto il bene che essa può emanare, con ciò riandando non alla veste, ma alla natura.

E qui mi sentirei di proporre una lettura della democrazia come via di mezzo, che mi pare consona all’ispirazione dei padri fondatori in specie americani.

Una tolleranza che in partenza dà per scontata la varietà insopprimibile dei punti di vista, e insieme è fiduciosa nel senso di responsabilità di ciascuno di mettere al primo posto il bene comune. Ne consegue il ruolo fondamentale di mediare saggiamente tra diritto individuale e diritto della comunità al bene.

La consapevolezza storica e morale di sé, per cui una democrazia accetta i valori tradizionali della sua società e li difende proprio perché patrimonio del popolo, certamente non usando l’autorità politica e la potenza economica e mediatica per conculcarli. La democrazia per sua natura è una forma di governo, non di ridefinizione della realtà storica e naturale, e come tale serve la società, non se ne fa servire. Ne consegue una sua imparziale funzione di perenne spazio di dibattito, in cui il  popolo  trovi l’agio di riflettere di caso in caso sulle istanze innovative e conservative opportune.

Dovrebbe difendere accuratamente il tessuto di relazioni, aggregazioni, cooperazioni pratiche, culturali, educative e religiose della sua società, ossia il mondo della vita che la politica è chiamata a proteggere e far prosperare.

(Tutto questo naturalmente richiederebbe nei governanti e nei rappresentanti, cioè i mediatori del popolo, virtù che i padri fondatori non hanno mai sottovalutato: umiltà, onorevole servizio, abnegazione, temperanza, prudenza, relativismo del sé e della propria visione, modestia, morigeratezza, frugalità e via dicendo. È possibile che tanto sia sostituito da semplici regole e procedure, per altro sempre affidate  a uomini coi loro vizi rigogliosi e per nuova cultura mai potati?)

Dovrebbe infine promuovere il più largo pluralismo delle opinioni, ma all’interno del quadro culturale e morale condiviso tradizionalmente dal popolo, non certo smobilitare ad ogni piè sospinto ogni convinzione sulla realtà e sulla verità per farsi essa stessa unica realtà e unica verità.

 

E qui si arriva al punto dolens di una lettura in chiave laicista della democrazia: la presunzione di verità implicita nella demolizione di ogni verità, sentita come violenta e oppressiva. Sottolineo il paradosso costitutivo di tanta pretesa.

La filosofia che precede da un mezzo secolo la lectio-manifesto di Flores D’Arcais è il dubbio radicale sul concetto di Verità che ha travagliato gli intellettuali dopo il martirio del mondo consumatosi nel secolo breve. Le ideologiche verità  che avevano frullato la storia recente contrastandosi a vicenda e che come non mai avevano squassato il pianeta lasciando un mondo di macerie materiali e spirituali, apparivano trappole diabolicamente seduttive e voraci.

Lo smarrimento emotivo che ne seguì tuttavia generalmente non dette luogo tanto al ripensamento sull’uso inaudito dell’ideologia da parte del dominio moderno, quanto ci si soffermò sulla sua pretesa di Verità. Anche perché dalle guerre uscì rafforzata anziché indebolita l’identità ideologica di ciascuno, trionfante o rimossa che fosse. Dunque non fu generalmente possibile distinguere il bambino (la Verità) dall’acqua sporca (la verità ideologica).

Molta filosofia (sia chiaro, non tutta, ma sì quella che venne affermandosi) rinnovò la ricerca sulla Verità gravata da due pesanti pregiudiziali: il retaggio ideologico che imponeva una precisa assunzione visuale, cioè una mente engagé, non speculativamente libera e, in secondo luogo, ma anche per conseguenza, il perseguimento della stessa direzione filosofica emersa nell’Ottocento, portando così a compimento quel certo progetto di umanesimo radicale, positivo e nichilistico, che tanta parte aveva avuto nei disastri del Novecento.  

Lo sguardo sulla Verità rimase gravato da tutto il pregiudizio antireligioso e antimetafisico che aveva rigogliosamente colonizzato quasi tutto il pensiero moderno, al punto di riconoscere in essa l’origine di ogni violenza ed oppressione, anziché chiedersi quali mistificazioni e usi sciagurati gli uomini moderni che tutto appiattiscono alla dimensione materiale ne avessero fatto. Nonché riconoscere in proprio che la violenza che l’intellettuale avvertiva e detestava era innanzitutto la violenza di una vita scissa e alienata. Non tanto nell’operaio al quale ostinatamente si guardava, ma innanzitutto in sé, nell’intellettuale moderno, tragica figura di umanità scissa, autoreferenziale, gonfio di dottrina e sterile d’esperienza, privo di un compito che non sia l’autoaffermazione, parassita di apparati e vanitoso di successo, venduto ai poteri perché incapace di scelte che non siano immanenti, spesso figlio dell’ambizione o in fuga dalle responsabilità della vita, irresponsabile ed insipiente, saccente e stolto. C’è di che essere infelici e malanimosi, ma raramente si cessa di pontificare.

E quegli intellettuali disperati, naturalmente non tutti e solo in malafede,  in nome di quel soggetto umano troppo umano, ridotto a fascio di pulsioni e bisogni psico-corporei, uscito ferito e mutilato dalla recente storia, ne consegnarono le ultime illusioni di trascendenza e riscatto alla società ben amministrata dei consumi e al rinnovato mito del progresso indefinito del soddisfacimento individuale. La Verità essendo stabilito essere una mistificazione storica atavica, l’ostacolo profondo e finalmente smascherato alla felicità umana. Il pensiero doveva indebolirsi per non creare gerarchie di pretese, e del resto la macchina esecutiva del nuovo assetto mondiale richiedeva uomini compiacenti e petulanti, non pensanti.

Una volta tolta di mezzo la Verità, tutto precipitava nel più confortante relativismo, lasciando però spazio alla libera iniziativa di qualsiasi spregiudicatezza. Cadeva infatti ogni distinzione tra Bene e Male, che non fosse la mera valutazione soggettiva del bene e del male per me. Una società di questo tipo non richiede, anzi aborre, norme morali, riconoscimenti etici. Il problema sociale si sposta tutto sulla legalità, al contempo paralizzando la gestione dell’ordine pubblico. Infatti, la libertà individuale tendenzialmente senza limiti incentiva ideologicamente la guerra di tutti contro tutti.

 

Eppure un certo tipo di guerra è incessante e in continuo incremento qui in Occidente, simile all’Isis più di quanto non si voglia credere: quella alla religione e alla trascendenza, alle sue espressioni, ai suoi segni, ai simboli. Cioè a tutto ciò che lega e fa comunione tra gli uomini, li fa intendere tra di loro fuori degli schemi politici e di mercato, ne fa condividere linee di senso e significato della vita e della morte fuori dei parametri della loro amministrazione tecnologica: nascita, relazioni, malattia, educazione, morte, per non parlare di economia e abitazioni.

È così che Flores può parlare impunemente dello spazio pubblico come neutro, della religione come fatto privato, dicendo delle enormi sciocchezze che però hanno radici lontane. La religione, che pure si nutre della spiritualità privata di ciascuno, è nella parola stessa legame sociale, è linguaggio pubblico, riferimento da condividere. Lo spazio pubblico è del popolo, non dello stato, dunque anche delle sue religioni. Uno stato intimidatorio si vorrebbe, che, in nome di una certa concezione della pulizia laicista, perseguiti e in nome della tolleranza sterilizzi e imbavagli perché non si diffondano nel giardino dell’uomo i semi dell’umano. Siamo di fronte a una nuova ondata di pulizia etnica sui generis.

E tutto ciò sotto le specie della verità incontrovertibile della democrazia, di quella indiscussa e indiscutibile democrazia che si invera perseguitando la Verità.

 

Ma la distruzione del popolo, la sua conversione in massa di manovra, nonostante tutto non è compiuta: questo attraverso i media ci si vuol far credere, ma è falso. La resistenza sarà dura da sconfiggere, perché l’intelligenza dello spirito, che dimora specie nei semplici, è più forte di ogni inganno umano.

È vero che la Francia ha ricevuto uno scossone (bisognerebbe sapere da chi), ma nell’inaudita mobilitazione per Charlie si cela una mistificazione mediatica. E Flores non può non saperlo, eppure apre il suo discorso con un richiamo esorbitante ed ultimativo alla presunta universale volontà del popolo francese. Come sa che Parigi non è la Francia, la città non è la campagna. La menzogna non è verità.

 

 

Pubblicato, col titolo “Non ci sradicherete dalla storia”, su La Croce Quotidiano del 13/3/2015.  

 

 

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