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Panikkar libroNato a Barcellona nel 1918, Raimundo Pániker Alemany, questo il suo nome di nascita, è stato un sacerdote cattolico, un filosofo e un teologo che ha lasciato più di sessanta libri e diverse centinaia di articoli in varie lingue. Di madre catalana e cattolica, e di padre indiano di religione hindū, egli, come soleva dire, non si considerava mezzo spagnolo e mezzo indiano, mezzo cattolico e mezzo hindū, ma “totalmente occidentale e totalmente orientale”. Ritenne anzi che nella sua persona fossero compresenti ben quattro identità: cristiana, per nascita ed educazione; hindū, per origine e riscoperta; buddhista, per risultato del lavoro interiore; secolare, per contatto con il mondo occidentale.

Nel 1935 si diplomò presso i gesuiti di Barcellona, iscrivendosi poi alla facoltà di Scienze e di Lettere. L’anno successivo, per sfuggire alla guerra civile spagnola, si trasferì in Germania, da cui rientrò nel 1939. Completò così gli studi in Spagna laureandosi in Scienze all’Università di Barcellona, nel 1941, e in Lettere a quella di Madrid, nel1942.

Nel frattempo si era avvicinato al primo nucleo di fedeli laici dell’Opus Dei, di cui fu poi membro per circa vent’anni, instaurando una relazione personale con Escrivá de Balaguer, dal quale in seguito si distanzierà. Nel 1946 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Nello stesso anno ottenne il dottorato in lettere e filosofia all’Università Complutense di Madrid con una tesi dal titolo El concepto de Naturaleza.

Iniziò così la sua attività d’insegnamento in quella stessa Università, che durò fino al 1950. In quegli anni i suoi interessi furono prevalentemente filosofici, come dimostra l’elezione a primo segretario della Società Spagnola di Filosofia nel 1948. Nel 1954 si trasferì a Roma, dove ottenne il dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense.

Alla fine di quello stesso anno, a trentasei anni, decise di intraprendere un cammino che lo ricollegava alla cultura del padre: partì così alla scoperta dell’India. Fu questa indubbiamente la svolta della sua vita, che orientò le sue ricerche filosofiche e teologiche successive: una svolta maturata nella stretta relazione con personaggi come dom Henri Le Saux, Jules Monchanin e Bede Griffiths, che già avevano iniziato un’opera di assimilazione e dialogo tra cristianesimo e religioni orientali, di cui era stato frutto l’ashram cristiano di Saccidananda. Del primo in particolare, che aveva assunto il nome indiano di Abhishiktananda, fu il più intimo amico, insieme realizzarono un memorabile pellegrinaggio alle sorgenti del Gange e poi in sua memoria presiederà la Abhishiktananda Society.

 Attraverso l’incontro con la filosofia advaita, cioè della a-dualità, Panikkar comprese di poter essere contemporaneamente cristiano e hindū, mentre maturava l’incontro col buddhismo: fu infatti tra coloro che accolsero a Sarnath nel 1959 il Dalai Lama, che aveva abbandonato il Tibet occupato dai cinesi. Venne insomma configurandosi quell’esperienza personale della compenetrazione di più fedi che avrebbe rappresentato un giorno con le celebri parole: “Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindū e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano”.

In India Panikkar lavorò come ricercatore nelle Università di Varanasi e di Mysore, risiedendo a Varanasi, sopra un vecchio tempio di Shiva sulle rive del Gange. Continuando i suoi studi, e facendo la spola con l’Europa, nel 1958 ottenne anche un dottorato in Scienze presso l’Università di Madrid con una tesi poi pubblicata con il titolo: Ontonomía de la ciencia. Sobre el sentido de la ciencia y sus relaciones con la filosofía. Nel 1961 difese la propria tesi in Teologia a Roma con una argomentazione che diventerà uno dei suoi libri più tradotti e pubblicati: Il Cristo sconosciuto dell’induismo. Dopo un breve periodo di insegnamento a Roma, nel 1964 rientrò in India, collaborando con il Christian Institute for the Study of Religion and Society. Dal 1966, e fino al 1987, ricoprì la cattedra di Filosofia Comparata della Religione e Storia delle Religioni presso l’Università della California a Santa Barbara, pur continuando a recarsi periodicamente a Varanasi.

Dopo il pensionamento decise di rientrare in Catalogna, stabilendosi a Tavertet, un paesino dei Pirenei. Qui, oltre a condurre vita ascetica, animò le attività di Vivarium, un centro di studi interculturale il cui nome si ispirava all’omonimo monastero fondato nel VI secolo da Cassiodoro, nel quale ebbe luogo una grande impresa di integrazione tra la cultura cristiana e quella dell’antichità classica. Nel 1997, quasi ottantenne, compì, accompagnato da Milena Carrara Pavan, un estremo atto simbolico a cui volle consegnare il senso del suo percorso: il pellegrinaggio al sacro monte Kailāsa, in Tibet.

Venuto meno a questa vita il 26 agosto 2010, le sue ceneri riposano in parte nel cimitero di Tavertet, in parte sono state portate a Varanasi e disperse nel Gange.

 

Si può senz’altro dire che Raimon Panikkar sia oggetto di un interesse crescente. Già celebre in vita, particolarmente negli ultimi anni, oggi il suo pensiero è più che mai al centro dell’attenzione culturale, grazie alla traduzioni che si vanno moltiplicando e al crescente numero di articoli, saggi e tesi universitarie che vengono dedicate alla sua vasta e variegata opera. Tra l’altro Nel 2008 la Jaca Book ha iniziato la pubblicazione della sua Opera Omnia in italiano, a cui si collegano le versioni in varie lingue mondiali.  

È quindi con l’intento di ricordare la sua figura, ma insieme con quello di iniziare una riflessione sul senso complessivo della sua opera, che dal 4 al 6 Novembre 2011 gli è stato dedicato un convegno nel monastero benedettino di San Giuseppe ad Assisi. Né la scelta del luogo, né quella della data e del titolo erano casuali.

La data risultava a ridosso del giorno natale di Panikkar, il 3 novembre, ma soprattutto vicina al 27 ottobre, giorno nel quale Giovanni Paolo II, nel 1986, volle riunire i leader delle religioni mondiali nella città di San Francesco per pregare per la pace: incontro di cui nel 2011 si celebrava il venticinquesimo anniversario. Il titolo intendeva pertanto collegarsi a quell’evento, che ha rappresentato sulla scena pubblica mondiale quell’incontro di culture e tradizioni religiose di cui nessuno più di Panikkar ha posto le fondamenta: Nello spirito di Assisi. Raimon Panikkar: uomo di Dio, di pace e di dialogo.

Patrocinato dalla Regione Umbra, dalla provincia di Perugia e della città di Assisi, e sostenuto dal Vescovado, il convegno è stato voluto e organizzato soprattutto dal Dialogo Interreligioso Monastico, da Religion for Peace e da Interdependence, nell’ambito della rassegna di cultura religiosa Monastero Interculturale.

Gran parte dei contributi che in quella circostanza furono presentati vengono ora riproposti nel presente volume, sia pure in un diverso ordine, al fine di meglio evidenziare le aree tematiche rispetto a cui il confronto con Panikkar deve necessariamente procedere e suggerire un ordine sistematico nella comprensione del suo pensiero.

Per essere fin d’ora espliciti, abbiamo voluto intendere che l’opera di Raimon Panikkar, che non ha finora trovato posto nei manuali di filosofia né goduto di particolare fortuna nell’accademia, sia filosofia in senso pieno, cioè nuovo e antico al tempo stesso: una filosofia che torna a essere ricerca spirituale e insegnamento di vita, nella condizione, data oggi e mai finora conosciuta, in cui le diverse radici culturali si intrecciano a formare un volto inedito dell’umanità. E poiché di tale condizione l’evento di Assisi è stato il simbolo, anche in questa pubblicazione abbiamo voluto segnalare quel legame; tanto più che, nell’anno in cui essa vede la luce, un nuovo evento è sopraggiunto a rendere il legame con Assisi imprescindibile: l’ispirazione che ha guidato il nuovo Papa ad assumere il nome di Francesco.

Vogliamo pensare che il percorso umano e spirituale di Raimon Panikkar, la sua opera e il suo pensiero, possano contribuire a stabilire il fondamento di una profonda svolta nella vicenda umana: quella che forse sotto i nostri occhi sta avvenendo.

 

Si è dunque diviso il libro in cinque sezioni.

Nella prima, L’uomo e l’opera, si prende innanzitutto atto dell’unità inscindibile degli scritti e della vicenda di cui sono espressione. Sono dunque in primo luogo importanti le testimonianze personali: di chi gli è stato più vicino, e quindi innanzitutto di Milena Carrara Pavan, che è anche curatrice dell’Opera Omnia, e poi di Achille Rossi e del vaticanista Raffaele Luise.

Nella seconda sezione, La teologia, ci si confronta col fatto che la figura e l’opera di Raimon Panikkar sono innanzitutto significative del rinnovamento che la teologia cattolica è oggi chiamata a compiere all’interno del confronto sempre più ravvicinato con le altre culture religiose. Si tratta dunque innanzitutto di contestualizzarle nel quadro storico di un’esperienza così particolare come è stata la teologia indiana degli ultimi due secoli; poi di metterle in rapporto con le modalità secondo cui il rapporto con le altre religioni è stato concepito lungo la storia della Chiesa; in terzo luogo di collocarle nello scenario storico e concettuale di quello che oggi è il dialogo interreligioso. Se ne occupano rispettivamente i teologi Ermis Segatti, Gaetano Sabetta e Ambrogio Bongiovanni. Luciano Mazzoni Benoni si pone infine l’arduo compito di stabilire se nel pensiero di Panikkar si possa rinvenire una vera e propria teologia sistematica.

Nella terza sezione, Filosofia e spiritualità, l’orizzonte si amplia. Ha scritto la stesso Panikkar nell’introduzione dell’Opera Omnia: “Non ho vissuto per scrivere, ma ho scritto per vivere in modo più cosciente e per aiutare i miei fratelli con pensieri che non sorgono soltanto dalla mia mente, ma scaturiscono da una fonte superiore…”. In questa sezione si cerca quindi di suggerire alcuni punti di vista culturali e spirituali da cui il percorso di Panikkar appare più che mai significativo. Paolo Trianni e Claudio Giuseppe Torrero si occupano, rispettivamente, di contestualizzarlo nel quadro della tradizione filosofica dell’India e di ripensarlo alla luce di un incontro risultato decisivo nel chiarificarne il senso: quello col buddhismo. Hamsananda Giri, monaca hindū, rende omaggio a Panikkar in quanto interprete del Sanātana Dharma nel suo senso più universale, al di là dei confini etnici dell’India. Giuseppe Jiso Forzani, monaco buddhista, trae spunto dalla comunicazione orale e scritta di Panikkar per riflettere sul particolare carattere del linguaggio religioso. Maciej Bielawski infine mette in luce come l’esperienza mistica sia un oggetto privilegiato nel pensiero di Panikkar, ma al tempo stesso il punto di vista da cui esso muove. 

Nella quarta sezione, L’antropologia interculturale, si è voluto mostrare alcuni aspetti dell’orizzonte coscienziale e valoriale in cui Panikkar ha ritenuto che il suo percorso si collocasse e che egli stesso ha contribuito a plasmare. Innanzitutto, come proposto da Emilio Baccarini, la ricognizione filosofica di quell’orizzonte nel contesto della riflessione contemporanea. In secondo luogo, ad opera rispettivamente di Fulvio Cesare Manara e Gianfranco Bertagni, la rivisitazione di due elementi in primo piano nella coscienza etica del nostro tempo: l’impegno per la pace e quello ecologista. La visione cosmoteandrica si presenta inoltre, nella lettura di Gianni Vacchelli, come la formulazione attuale di una struttura profondamente radicata nella tradizione, quale appare dal testo biblico e dalla Divina Commedia dantesca. Infine Maria Roberta Cappellini propone l’esperienza artistica come chiave di lettura di ciò che Panikkar intende con ‘sacra secolarità’: ovvero il riaffiorare,  proprio nella società secolarizzata, di un senso originario dell’esperienza religiosa.

Nella quinta e ultima sezione, L’archetipo del monaco, ci si riferisce in particolare a un testo, Beata semplicità, in cui Panikkar si confronta con la forma di vita in cui tradizionalmente l’esperienza religiosa più si concentra: quella monastica. Ne scaturisce che una sua ripresa è legata oggi alla piena consapevolezza che il suo senso più autentico non sta nella separatezza dalla vita ordinaria, ma in una più profonda integrazione delle facoltà umane: l’archetipo del monaco non è altro che l’archetipo di una piena realizzazione umana. Il commento al testo è dell’Abate Cipriano Carini e di Francis Tiso. Quest’ultimo, già a suo tempo coinvolto nella sua genesi, lo pone in rapporto al travagliato processo che vede oggi emergere una fondamentale esigenza: quella di un nuovo stile di vita religiosa. 

 

 

                                            

 

 

 

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