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chiesa assisiIl Nuovo Testamento afferma che Dio dona a tutti gli uomini lo Spirito Santo (Lc 1,41.67; 2,25-26; At 2,17-18; 8,15-17; 10,44-45; 15,8). E questa attestazione si trova anche nel Magistero cattolico, in particolare nelle encicliche di Giovanni Paolo II Dominum et vivificantem (n. 53) e Redemptoris missio (nn. 18, 28 e 29).

Il Nuovo Testamento afferma anche che lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo (Gv 3,34; Rm 8,9; 2 Cor 3,17; 13,5; Gal 4,6; Ef 3,17; Fil 1,19; 1 Pt 1,10-11). E questo viene ribadito dal Magistero cattolico nell’esortazione apostolica Ecclesia in Asia di Giovanni Paolo II (n. 14) e nella dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominum Iesus (n. 12).

Nel Nuovo Testamento si legge poi che la Chiesa è il popolo di Dio (At 18,10; Tt 2,14; 1 Pt 2,9-10). E quest’ultima attestazione si trova anche nei testi del Concilio Vaticano II (Lumen gentium n. 13; Ad gentes n. 7), nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 782-783), in Giovanni Paolo II (enciclica Redemptor hominis n. 22).

E infine, nel Nuovo Testamento si legge che la Chiesa è il corpo di Cristo (1 Cor 6,15; 12,27; Ef 1,22-23; 5,30; Col 1,18.24). Affermazione quest’ultima ribadita da Pio XII (enciclica Mystici corporis nn. 13-61), dal Concilio Vaticano II (Lumen gentium nn. 7, 8 e 48; Unitatis redintegratio n. 3; Ad gentes n. 6), dal Catechismo della Chiesa cattolica (n. 830), da Giovanni Paolo II (Ecclesia in Asia n. 16).

Ora, se lo Spirito Santo, che è lo Spirito di Cristo, è donato da Dio a tutti, quindi anche ai non cristiani, e se la Chiesa è il corpo di Cristo e il popolo di Dio, i non cristiani fanno parte del corpo di Cristo e del popolo di Dio, anche se essi, legittimamente, non lo riconoscono o lo negano. Se così non fosse, infatti, il cattolico dovrebbe ammettere, e sarebbe assai problematico, se non assurdo, che i non cristiani hanno lo Spirito di Cristo ma non fanno parte del corpo di Cristo, sono salvati da Dio ma non fanno parte del popolo di Dio.

Inoltre, se c’è «un solo corpo» di Cristo (Rm 12,5; 1 Cor 10,17; 12,13; Ef 2,16; 4,4; Col 3,15), che è la Chiesa, i non cristiani, salvati da Cristo, non possono essere in un «altro corpo».

La soluzione di questo nodo, a mio avviso, non può essere che una nuova autocomprensione della Chiesa cattolica come segno e luogo, teologico e concreto, dell’incontro con i non cristiani, con e tra tutti gli uomini.

La mia proposta non è che la Chiesa attribuisca alle religioni, che sono visioni del mondo, ognuna con le proprie convinzioni e precomprensioni, elementi che fanno parte delle sue convinzioni, ma che la Chiesa modifichi la sua autocomprensione, o meglio tragga le conseguenze da alcuni elementi centrali della sua stessa autocomprensione.

Ciò non significa, ovviamente, appartenenza visibile di tutti alla Chiesa. Non è pensabile che possa avvenire questo; né che i non cristiani si convincano che sono i «cristiani anonimi» di cui parla Rahner. Ogni aderente a una religione dovrà rimanere tale. Anche perché, incontrando e accogliendo gli appartenenti alle altre religioni, si incontra e si accoglie lo Spirito che Dio ha posto nei loro cuori come nei nostri; si incontra e si accoglie chi ha incontrato nella sua vita la stessa realtà divina, che non può che essere una, che abbiamo incontrato noi.

Questo non significa, a mio avviso, rinunciare alle proprie concezioni. Significa solo aprirsi alle concezioni degli altri come a doni dello Spirito che ha operato e opera dove e come vuole; significa cogliere ciò che unisce, che c’è sempre, ed è sempre accanto a ciò che divide; significa accogliere i portatori di queste concezioni come figli di Dio prima che delle loro culture e della loro storia. Perché Cristo, per noi cristiani, non è morto per una cultura o per una teologia, ma è morto per gli uomini, di ogni cultura e di ogni teologia.

In realtà, essere cristiani non significa solo essere battezzati o solo accogliere una teologia, o una cristologia, o un’ecclesiologia, ma accogliere lo Spirito Santo, che è lo Spirito di Cristo; non significa cambiare la propria concezione su Dio o sull’aldilà, ma cambiare la propria vita. Sull’identità cristiana c’è un passo centrale del Vangelo di Giovanni (Gv 3,3-8), secondo cui l’identità cristiana si raggiunge attraverso una rinascita dall’alto, da Dio, mediante lo Spirito; non, cioè, attraverso un’origine e un’appartenenza umana, etnica, culturale, religiosa, ma anzi attraverso una trasformazione di questa origine e di questa appartenenza. Questo è il cuore del messaggio evangelico. E questo essere con Dio e rinascere dall’alto non è esclusivo dei cristiani, ma è di tutti gli uomini che hanno accolto lo Spirito.

Alcuni passi perché la Chiesa sia concretamente luogo dell’incontro potrebbero essere: promuovere la nascita a tutti i livelli, in particolare a livello diocesano, di gruppi di incontro interreligioso, in cui si dialoghi con membri delle altre religioni, si preghi con loro, si approfondisca la reciproca conoscenza e si condividano e programmino impegni operativi per la giustizia e per la pace; usare nella liturgia della parola qualche passo ritenuto ispirato da Dio delle altre tradizioni religiose; non impedire la pratica di riti diversi da quelli della propria fede; aiutare a vivere la propria religione cogliendo in essa ciò che la unisce alle altre.

Autocomprendersi non semplicemente come un partner dell’incontro con gli altri, ma come un luogo, sia concreto che teologico, dell’incontro non è facile per la Chiesa. Perché occorre andare oltre secoli di inclusivismo, andare oltre le pur doverose risposte teologiche al pluralismo e accogliere la cultura e la prassi della diversità e dell’alterità. Ma non per cessare di essere cristiani o di essere Chiesa, ma anzi per esserlo pienamente e fino in fondo. È questa, a mio avviso, la sfida per la Chiesa del futuro.

Il papa Francesco, nel suo primo incontro con i sacerdoti della Basilica di Santa Maria Maggiore, ha detto che occorre guardare con più misericordia gli uomini del nostro tempo. E nel foglio che ha usato come traccia nelle Congregazioni che hanno preceduto il Conclave, ha scritto che «la Chiesa è chiamata a uscire da sé».

Sono segni dello Spirito che alimentano una speranza.

 

 

Salvatore Capo è autore del testo ‘La Chiesa luogo dell’incontro con i non cristiani’, Gribaudi, Milano 2007

 

 

 

 

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