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benedetto4Ci sono almeno tre vie d’accesso a questo discorso.

La prima, quella che ha suscitato più scalpore, è quella incentrata sulla citazione iniziale del dialogo tra Michele II Paleologo e l’interlocutore persiano, e naturalmente sulla sua contestualizzazione e interpretazione.

La seconda via si riferisce al contesto in cui il discorso è stato pronunciato: un contesto accademico, che riportava il Papa ai primi anni d’insegnamento all’Università, in presenza di posizioni molto diverse sulla fede.

Queste prime due vie sono interessanti. Interessante sarebbe collegarle a ciò che si dice dopo, cioè la parte centrale del discorso.

Non mi voglio tuttavia pronunciare su di esse, e neanche sul loro collegamento a quel che segue.

Il terzo accesso invece, collegato appunto alla parte centrale del discorso, tocca la vicenda della cultura occidentale intorno al rapporto  tra fede e ragione. Vicenda che ovviamente va di pari passo con la riflessione su come il Cristianesimo abbia fin dalle origini affrontato la questione.

In grande sintesi la valutazione è che in Occidente si sia progressivamente consumata una scissione, fino alla rottura e all’estinzione, del rapporto costitutivo tra ragione e fede. Quel rapporto infatti è venuto meno per eliminazione del secondo termine, restando paradossalmente la ragione come unico oggetto di fede possibile.

Contro questa posizione il Papa dice che sarebbe opportuno, non solo rivedere quella storia, ma restaurare un fecondo rapporto della ragione con la fede. E per dimostrare ciò ribadisce l’importanza di ciò che è avvenuto alle origini del Cristianesimo, quando quest’ultimo si è dovuto confrontare con il pensiero greco. Il Cristianesimo avrebbe ricevuto da quell’incontro una salutare valutazione dell’importanza della razionalità per la fede, al punto da concludere che, se qualcosa è irragionevole, è anche contro la fede, e che comunque la fede deve fare i conti con la ragione.

In questo senso l’esperienza originaria dell’impatto del Cristianesimo  col mondo greco avrebbe una valenza normativa per tutta la sua storia e dovrebbe impedire che da parte della fede mai si pensi di poter fare a meno della ragione, o che i risultati ottenuti dalla ricerca e dalla conoscenza siano per essa insignificanti.

Un invito dunque al ricupero della rilevanza della ragione nei confronti della fede, ma anche di quella della fede nei confronti della ragione, in vista di una comprensione dell’uomo che non finisca nelle secche del relativismo e d’altra parte nell’uso fanatico della fede.

A questo fondamentalmente mirava la citazione tanto discussa, e forse davvero discutibile per il modo in cui venne formulata e soprattutto divulgata, della parte introduttiva del discorso. Incomprensioni e male interpretazioni a parte, il nodo centrale dell’intervento può rappresentare un punto di riferimento biunivoco tanto per  la fede quanto per la ragione.

Ciò non toglie che anche questa parte centrale, che riguarda la normatività dell’incontro tra fede cristiana dei primi secoli e razionalità greca, non meriti a sua volta ulteriori approfondimenti, affinché tale normatività non sia intesa in senso esclusivista.

Così come del resto anche la storia del pensiero e della ragione occidentale, vista prevalentemente come percorso di svuotamento del rapporto con la fede, è forse anch’essa rivisitabile attraverso altre modalità presenti nel pensiero occidentale stesso, che non sono interamente riconducibili a tale percorso.

Mi riferisco in particolar modo alla ragione come capacità e attitudine a scoprire i propri limiti. Il che aprirebbe un discorso sul rapporto tra ragione e fede all’insegna di ben altro che l’onnipotenza della ragione rispetto alla fede.

Pubblicato sul n. 5-6 di ‘Interdipendenza’ del febbraio-maggio 2007

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