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pezzaniIncontri di questo tipo aiutano la gente a riscoprire una capacità che stiamo perdendo: quella di pensare. Facciamo fatica a pensare, ma è quello che ci porta avanti. Ebbene, il mio compito, al di là dei moralismi, è dimostrare come essere buoni o non esserlo ha ben diverse conseguenze nei fatti.

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, nei quali paradossalmente ci troviamo di fronte a un governo tecnico che non ha neppure le conoscenze tecniche per affrontare temi quali il federalismo e la spesa pubblica, e non capisce che la contabilità pubblica è totalmente differente da quella di un’impresa. Ma non sono qui per fare polemiche, bensì per evidenziare il passaggio storico e culturale che stiamo vivendo.

 

Lo scorso anno ho scritto un libro che mi ha messo controcorrente. Il titolo era La competizione collaborativa, il sottotitolo Ricostruire il capitale sociale e il capitale economico.

L’espressione “competizione collaborativa” non è un ossimoro, ma vuole evidenziare le due componenti dell’animo umano, cioè eros e thanatos: ovvero l’uomo è continuamente combattuto tra il dare spazio a un’aggressività e un’avidità illimitate e la scelta di moderare le pulsioni aggressive per stare in società. Come dice Freud, entrambe le forze sono importanti per l’uomo, ma è nella misura in cui si dà più spazio all’una o all’altra che possono scaturire fatali conseguenze.

Io mi sono occupato di pubblica amministrazione e la domanda, fondamentalmente, è sempre stata: perché il Nord va sempre meglio del Sud, nonostante i continui trasferimenti? Anzi: con l’aumentare dei trasferimenti aumenta la disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Allora mi sono domandato: quali sono le caratteristiche della società del Nord rispetto a quella del Sud?

Al Nord c’è l’espressione di una società, nel senso latino del termine: societas, cioè essere socius, volersi bene, senso di giustizia e di alleanza molto forte, testimoniata dalle varie associazioni quali i donatori di sangue, eccetera. Al Sud no: c’è ancora mortalità infantile alta, non ci sono donatori di sangue, eccetera. Quindi la domanda che mi sono posto è se una buona società sia fondamento dell’economia oppure se, al contrario, l’economia sia il fondamento di una buona società. Sono arrivato alla conclusione che è la società ad essere fondamento dell’economia.

A gennaio presenterò un altro libro, dal titolo È tutta un’altra storia. Nel secondo capitolo analizzo la situazione degli Stati Uniti d’America. Gli Stati Uniti sono di fronte ad un default socio-culturale che non ha precedenti nella loro storia, e credo che entro sei mesi salteranno. Cercherò adesso di costruire un percorso per far capire quel che intendo.

 

La storia, secondo me, non è lineare come siamo abituati a pensare, ma è a onde, vale a dire ciclica, come sosteneva Giovanbattista Vico con la sua teoria dei cicli e ricicli storici, e così anche Sorokin e i grandi studiosi umanisti europei, che dicono che la storia si ripete perché di volta in volta tende a prevalere la pulsione di Caino oppure quella di Abele. La storia si ripete perché l’attore che la mette in scena è l’uomo, e l’uomo non cambia mai.

Inoltre la cultura occidentale non è unitaria: c’è l’espressione europea e quella americana. Finché era in piedi il muro di Berlino, le contraddizioni tra i due modelli erano attenuate, ma poi è apparso chiaro che l’uno pone al primo posto la massimizzazione del profitto e l’altro la sussidiarietà. Hanno insomma scopi diversi e, come dice il Vangelo, non si può servire due padroni: o si serve l’uno, o si serve l’altro. È quindi evidente che la guerra che Wall Street sta scatenando sullo spread è funzionale a riaffermare la necessità di spostare l’attenzione sull’Europa, nascondendo i gravissimi problemi americani.

Le due culture sono profondamente diverse. Per esempio, se ho un’azienda automobilistica che va male in Europa, cosa faccio? Riduco l’orario, e anche il salario, però non lascio a casa le persone. La stessa situazione negli Stati Uniti si affronta licenziando. Quindi abbiamo due modelli culturali profondamente diversi e le agenzie di rating, ovviamente, non dovrebbero usare lo stesso metro di valutazione: se lo fanno, sono evidentemente in mala fede.

Il tema della cultura tecnica, che si sviluppa con Kant, Hegel e infine Marx, sostiene che l’uomo sia illimitatamente libero di autorealizzarsi attraverso il dominio della natura: quindi è vero ciò che vedo, tocco e misuro. Le scienze che sono in grado di spiegarmi la verità sono le scienze tecniche: dunque io chiedo risposta al dolore della vita non alla religione, alla filosofia o alla mitologia, ma alla medicina e alla chimica.

Il passaggio storico decisivo è allora quello in cui si inizia ad attribuire a un sapere strumentale il carattere di sapere morale: il che lo rende verità incontrovertibile. Si va quindi costituendo una cultura basata sulla tecnica, e gli Stati Uniti ne incarnano l’essenza. Una cultura volta al futuro e ormai incapace di guardare al passato: quindi in realtà incapace di orientare nella comprensione della vita.

 

Progressivamente questa cultura diventa dominante, e il capitalismo ha come obiettivo la massimizzazione del profitto, che non è però compatibile con il bene comune, perché sono due scopi diversi e, come diceva Aristotele, il mezzo deve essere subordinato allo scopo. Quindi, se si pone come obiettivo della società la massimizzazione del profitto, si devono creare i mezzi grazie ai quali il profitto sia il più rapidamente possibile raggiunto.

Ad esempio il presidente Reagan mise in atto la deregulation, abbattendo le imposte e limitando il diritto di sciopero, e così gli Stati Uniti cambiarono radicalmente tipo di società. Dal ’42 al ’72 il quintile più povero cresceva del 115% e il più ricco dell’ 86%; nei quarant’anni successivi i più poveri cresceranno dell’1% e i più ricchi dell’86%. Oggi il grado di concentrazione di ricchezza degli Stati Uniti ha superato quello del Venezuela, della Guyana e della Cina; essendo che si misura secondo un indice che va da 0 a 1, gli Stati Uniti sono allo 0,50 mentre l’Europa è allo 0,30.

Ma il passaggio fondamentale avviene nel 1969 con la consegno del primo Premio Nobel per l’economia: istituito grazie alla Fondazione della Banca di Svezia e non previsto nel testamento di Alfred Nobel. Perché? Perché a quel punto il sapere tecnico della chimica, della fisica, della matematica diventa sapere morale, e viene trasferito all’economia. In questo modo l’economia diventa sapere morale, e dunque verità incontrovertibile.

Il primo dubbio lo solleverà nel 1974 Friedrich von Hayek, che era il capo della scuola liberista, quando, ricevendo il premio, dice: “Stiamo facendo un errore fatale, perché stiamo portando sul campo delle scienze sociali le metodologie di studio delle scienze positive”. Mentre nelle scienze positive il fondamento è tutto ciò che è misurabile, nell’economia e nelle scienze sociali le cose più importanti non sono misurabili. In quel momento si è realizzata la separazione fra la tecnica e la natura dell’uomo.

Nel mio libro si dice: “L’economia diventa sapere morale: la genesi di un’ipotesi che non esiste”. Oggi stiamo infatti costruendo un’economia su un’ipotesi che non esiste: cioè che l’economia sia indipendente dalla natura dell’uomo. Nel momento in cui cade il muro di Berlino, l’economia viene considerata responsabile della morte dell’URSS, ma in realtà il destino dell’impero sovietico è stato segnato dalla sua incapacità di capire i cambiamenti in corso. E in questi dieci anni si assiste alla rivoluzione nei cui effetti ci troviamo adesso: la finanza diventa lo strumento più agevole per raggiungere la massimizzazione del profitto, e quindi c’è bisogno di legittimarla. Puntualmente l’Accademia delle Scienze assegna tre Premi Nobel che dicono che la finanza è razionale, che i mercati non sbagliano mai e i derivati sono assolutamente fondamentali. Infatti Robert Merton e Myron Sholes ne vengono insigniti nel 1997.

L’idea che i mercati siano razionali è un grave errore: il mercati non sono affatto razionali! E la finanza produce concentrazione di ricchezza. L’ammontare dei derivati nel mondo oggi è di 240mila miliardi; il 98% è in mano a cinque banche americane: Goldman Sachs, Morgan Stanley, JPMorgan, BankAmerica e Citibank.

 

Facendo passare l’idea che la felicità dipenda dall’economia si arriva a pensare che il valore di una persona dipenda da ciò che ha e non da ciò che è.

Tra il 2000 e il 2010, per finanziarizzare l’economia reale, si introducono dei prodotti del tipo “creare valore degli azionisti” che è una delle più grandi bufale mai messe in piedi, perché per farlo bisogna aumentare il valore delle azioni in mano a chi le ha. Ma se si possiede un’azienda manifatturiera, come si può fare a triplicare il valore delle azioni in un anno? Se in un giorno l’azione di un’azienda del genere aumenta del 10%, che cosa è successo che l’amministratore delegato non sapeva?

Quindi si gioca sull’emozione, camuffando sistematicamente le trimestrali e incorporandovi il fatturato del trimestre successivo: così l’analista vede che ogni tre mesi il valore sale. Alla fine dell’anno, per riconciliare i dati, si scarica il fatturato nei magazzini dei fornitori e così si vede che il fatturato stesso sale. Quindi l’analista consiglia di comprare le azioni, il valore sale ma l’industriale ha bisogno di mantenere il sistema: quindi riduce il costo del lavoro delocalizzando.

Dal 2000 al 2010 gli Stati Uniti perdono il 33% dei posti nel settore manifatturiero e passano da 20 milioni a 12 milioni di occupati. Oggi il settore manifatturiero degli USA conta il 12%, contro il 35% della Lombardia, il 30% del Piemonte, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Le aziende americane hanno oggi l’80% della quota di mercato globale nel settore bellico; nel 2004 avevano il 28%.

Cosa succede tra il 2000 e il 2005? Prima di tutto le guerre fanno indebitare rapidamente gli Stati Uniti, e le famiglie americane si indebitano in cinque anni come non lo sono mai state nei cinquanta precedenti, perché con i subprime si dà la casa e, grazie all’idea che il valore della casa aumenta rispetto al valore dell’ipoteca, il differenziale fra il valore e l’ipoteca viene destinato al consumo. Le famiglie si indebitano in un modo pazzesco, e nel frattempo la società aumenta la concentrazione di ricchezza; l’economia reale si sfalda e tutto viene puntato sulla finanza.

A questo punto abbiamo attribuito all’economia il ruolo di fine e all’uomo quello di mezzo, e stiamo costruendo un sistema che si autosostiene.

 

Il passaggio alla finanza introduce in una dimensione profondamente diversa dall’economia reale, poiché con quest’ultima bisogna lavorare con risorse limitate, mentre la prima si avvale di risorse illimitate. La finanza inoltre opera in un contesto amorale, perché chi decide non si pone mai il problema delle conseguenze sociali. Quindi la legittimazione della finanza avviene attraverso sofisticati metodi: matematici, econometrici e statistici. Lo strumento che legittima la finanza è diventato un fine ed ha cessato di essere mezzo.

Lo scorso anno hanno dato il Premio Nobel a due economisti per l’approccio razionale alla finanza: era fuori luogo, ma è necessario sostenere e legittimare il sistema.

Nel 2008 scoppia la crisi: le famiglie indebitate smettono di consumare, i consumi crollano e ovviamente cresce la disoccupazione. Quando dicono 115mila nuovi posti di lavoro, non sono al lordo di quelli persi. La disoccupazione vera, quelli che hanno perso il lavoro e non lo cercano più e i giovani laureati che fanno i camerieri, è al 25%. Qual è la conseguenza? La povertà. Il livello odierno di povertà negli Stati Uniti è oltre il 15%.

Aumentando la disuguaglianza si ha l’esplosione delle patologie sociali: la società si disintegra. In presenza di una società non solidale che emargina la persona, aumenta il livello di frustrazione e la gente ricorre ai bisogni primari senza controllarsi: mangia e diventa obesa, non controlla la sessualità e causa gravidanze precoci, ricorre all’alcool e agli stupefacenti, ruba e commette omicidi… Negli USA le incarcerazioni su 100mila abitanti sono 600 contro le 30 del Giappone.

Dunque la povertà fa esplodere il sistema sociale, e di conseguenza colpisce solo alcune fasce, e al loro interno solo i minorenni. Nel Mississippi un ragazzo su quattro abbandona la scuola prima dei 18 anni, e cosa succede? Delinquono. E per bloccare la delinquenza bisogna aumentare la durezza del sistema carcerario. In molti stati degli USA il sistema carcerario ha un costo superiore a quello dell’istruzione secondaria.

 

A questo punto mi sono domandato: come fanno gli Stati Uniti, avendo un debito che cresce di 1500 miliardi all’anno, ad avere un tasso di interesse vicino allo 0? Noi abbiamo un debito di 2000 miliardi – e la classe politica che è passata in questi dieci anni sarebbe da fucilare, perché nel 2001 avevamo un debito di 1350 miliardi e adesso ne abbiamo 2000, con un tasso di interesse dell’1,50%; andando a prendere un tasso medio degli ultimi 20 anni si raddoppia il debito… e poi ovviamente la colpa è sempre degli altri – Cosa succede dunque, mi sono chiesto?

Le cinque banche che possiedono il 98% di questo stock di derivati reso pari a 100, l’80% lo usano per tenere artificiosamente basso, con delle SWOT, l’interesse sui Treasury Bond. Quindi la FED ogni mese mette in circolo 40 miliardi e v’è un’operazione artificiosa per cui, attraverso delle scommesse sulla volatilità del dollaro, lo tengo basso ad un livello del tasso dello 0. Ma più il tasso è basso, più il valore dell’obbligazione è forte (il bond argentino dava un 10%), quindi, se aumenta il tasso, qual è la conseguenza? Aumenta il costo del debito ma, soprattutto, si deprezza il valore: quindi si crea una massa monetaria che non è più corrispondente al valore reale.

Così avviene, ad esempio, che la Cina e il Giappone stanno organizzando un accordo per negoziare separatemente Yen e Yuan ed estromettere il dollaro, i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) pensano ad una banca per fare una loro moneta, e così chi di finanza ferisce di finanza perisce.

 

Non bisogna assolutamente lasciarsi andare alla delusione: questa storia significa che essere buoni, al di fuori di ogni discorso moralistico, è economicamente più conveniente. Si vive meglio in una società dove bisogna essere buoni. Però qual è il dramma dell’uomo? Che non è naturalmente buono. Perché se lo fosse le religioni non metterebbero al primo posto “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

La virtù è sempre figlia della paura. Pensate a questa costruzione immensa che è l’Unione Europea: dopo cosa si è realizzata? Dopo il dolore immenso della Seconda Guerra Mondiale. Come dicevano gli antichi greci, pàthei màthos: è col soffrire che si impara.

 

Questa è, come diceva Sorokin, una fase storica epocale, perché il cambio socio-culturale è nell’agenda della storia. Bisogna prendere atto che il problema non è economico: appare in questo modo perché all’economia è stata attribuita la dignità di sapere morale, ma le cose non stanno così.

Bisogna ritornare alla cultura umanistica: noi in Italia avevamo il miglior liceo classico del mondo, e ci appariva naturale porre al centro l’uomo e l’economia reale. E Sorokin, e chi come lui ha studiato la storia dai Sumeri, dice che la storia è ciclica, e che il carattere di una persona è messo alla prova da eventi dolorosi, ma ciò diventa tanto più difficile quando essi capitano “nel meriggio di un giorno alcionico che si pensava non sarebbe finito mai”. E la prima tentazione dell’uomo è di dare la colpa a qualcun altro, mentre dovremmo guardare dentro noi stessi.

 

Io ho avuto una vita molto difficile, e ho scoperto che il dolore, se se ne vieni fuori, aiuta a capire meglio la vita e gli altri, e a stare meglio assieme.

Bisogna che noi ritorniamo a volerci più bene: non è facile, ma necessario. E soprattutto vi dico: pensate con la vostra testa!

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