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«Serve un'economia che abbia come principale obiettivo uno sviluppo sostenibile e in cui il benessere dell'uomo sia la vera ed unica finalità. Ciò significa puntare sull’essere e non sull’avere, ossia sulla centralità della persona e non dei suoi beni materiali. Qui sta il senso più autentico del nostro vivere».

A dirlo è suor Giuliana Galli, della Compagnia di San Paolo, intervenendo al convegno «L'avere e l'essere: per un’economia al servizio della vita», svoltosi sabato scorso a Torino, presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo), nel quadro di una rassegna di cultura religiosa che ha voluto riflettere su uno degli aspetti più inquietanti della nostra epoca: un sistema economico sempre più slegato dal benessere dell’uomo e divenuto quasi un congegno autoreferenziale sfuggito al nostro controllo.

Non si tratta di demonizzare la ricchezza, con atteggiamenti pauperistici, ma di accostarsi ad essa in modo diverso, ponendola al nostro servizio senza lasciarsene sopraffare perché a quel punto l’uomo diventa schiavo dei beni di cui dispone. Va peraltro considerato che l'essere ha bisogno dell'avere, poiché al di sotto di una certa soglia di povertà, che a quel punto degenera in miseria, viene lesa anche la dignità della persona. A monte c’è un problema di equità e giustizia distributiva, per cui a ciascuno deve essere dato ciò che gli serve per soddisfare i bisogni primari. L'attuale modello economico non lo consente. Qui sta il suo più evidente fallimento, qui sta l’urgente necessità di cambiarlo.

Per la verità, quella dell’equità è questione non solo odierna, ma che affonda le proprie radici nella storia dell’uomo, basti pensare a quanto la Bibbia si sofferma su una giusta distribuzione dei beni. «Nella nostra società», spiega Luigi De Salvia (Religions for Peace), «tutto è semplicemente più acuito rispetto al passato, poiché negli ultimi due secoli il pensiero dominante ha generato molte aspettative sul completo superamento di qualsiasi ingiustizia e iniquità. Si giunse persino a dire che la religione, retaggio autoritario da superare, fosse un ostacolo alle magnifiche sorti di un progresso economico e sociale senza limiti. Purtroppo le cose sono assai più complesse e molte di quelle attese sono andate purtroppo deluse. Anzi, nell’ultimo ventennio, le disuguaglianze si sono accresciute fino a divenire insopportabili».

Per di più la politica non riesce a correggere gli squilibri e alcune sconcertanti ideologie addirittura li giustificano. Una deriva che può disgregare la nostra società, ma contro la quale non vi sono soluzioni immediate, poiché l'inversione di rotta, per quanto necessaria, sarà lunga e faticosa per tutti. A tutti sarà richiesta una forte assunzione di responsabilità, anche personale, perché in ballo c’è anche uno stile di vita distorto che, da tempo, scandisce i ritmi del nostro esistere.

La sfera economica e soprattutto il metro dell’utilità sono stati innalzati a fine ultimo, quasi fossero la sola dimensione del vivere umano. «La secolarizzazione», afferma Ermis Segatti, della Facoltà Teologica di Torino, «indebolendo una prospettiva trascendente ha anche contribuito ad innalzare nuovi idoli tra scienza e ideologia. L'economia è tra questi, ma ci si potrebbe anche riferire, più banalmente, alla moda o ai consumi; cosicché ai dogmi religiosi di cui ci si voleva disfare ne sono subentrati altri di diversa natura, di cui si resta fatalmente prigionieri».

In questo eccessivo predominio del dato economico, declinato per di più nella sua versione peggiore, quella dello strapotere dei mercati, c’è anche l'equivoco dell'assimilazione dell’economia alle scienze positive. «Un errore di fondo», sottolinea Fabrizio Pezzani, docente all’Università Bocconi di Milano, «poiché le questioni economiche, legate all’attività dell’uomo, non rispondono, come la fisica o la chimica, al classico rapporto causa-effetto. E invece proprio questa errata impostazione ha portato a credere alla razionalità del comportamento dei mercati». Colossale abbaglio che ha condotto a pensare che la sola cosa importante per un'impresa fosse creare valore per gli azionisti, anche con tempistiche e modalità sganciate da un equilibrato sviluppo di lungo periodo. Si è perseguita un’ottica di breve termine, senza curarsi di altri aspetti fondamentali quali l’ambiente naturale, l’equità sociale o il lavoro umano. Ecco l’economia diventare un fine e l'uomo un mero strumento.

Quello che occorre è ripensare la logica di fondo del sistema economico. A sostenerlo è Alberto Ferrucci (movimento dei Focolari), quando accenna ad un'economia fondata sulla comunione. Non lotta per la sopravvivenza tra concorrenti, ma crescita comune, nel segno della reciproca collaborazione, orientata al bene collettivo e alla coesione sociale. Qualcosa su cui riflettere seriamente, considerata l'ormai evidente insostenibilità del capitalismo classico. Maurizio Pallante ritiene che la vera alternativa sia la decrescita, per spezzare quel circolo vizioso di un disperato consumismo privo di felicità. La società dell’avere che stordisce l’essere umano. Forse però, più che la strada della decrescita, col serio rischio di restringere la “torta produttiva” peggiorando le condizioni di vita delle fasce più deboli, è preferibile imboccare quella della sobrietà. «Essa non è affatto sinonimo di povertà», dice don Domenico Cravero, sociologo e parroco diocesano, «ma di moderazione, di capacità nel gestirsi. Proprio da qui si può ripartire, coinvolgendo l'individuo, la famiglia e l’intera comunità ad ogni livello. La sobrietà non vuole frenare l'economia, ma razionalizzarne la logica produttiva, puntando a soddisfare le reali esigenze della persona, in totale antitesi con un consumismo portatore di bisogni fittizi che, oltre al danno la beffa, sovente non consente neppure che vengano soddisfatti».

«Si tratta», ha concluso Claudio Torrero (Interdependence), «di ricordare le tre principali funzioni che il lavoro ha per l'uomo: utilizzo delle proprie facoltà; collaborazione con il prossimo per un compito comune; produzione dei beni per la nostra sussistenza». Un completo rovesciamento dell’ordine cui ci ha abituati un certo liberismo nel quale l'opera dell'uomo è considerata una merce tra le tante. Eppure questo è l'unico percorso, perché il lavoro è davvero il riscatto di ogni persona e un'economia rispettosa della dignità umana, un sistema produttivo che dia spazio all'essere e non all'avere, non può che ripartire da lì.

 

 Da ‘Il Nostro Tempo’, 21 ottobre 2012

 

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