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AL DI LÀ DEL MODELLO DEL CONFLITTO

L’attribuzione a Barack Obama del premio Nobel per la pace, a un anno di distanza dalla sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti, conferma più che mai le attese che in ogni parte del mondo sono venute coagulandosi. A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, una nuova fase nei rapporti tra le nazioni pare aprirsi, suscitando ovunque speranze di pace e di giustizia.

La crisi di credibilità in cui gli Stati Uniti erano precipitati nella fase storica precedente, caratterizzata da tensioni che la superpotenza americana aveva erroneamente ritenuto di poter controllare con l’uso unilaterale della forza, e dall’emergere di problemi come quelli dell’ambiente, che per loro natura esigono un approccio globale, richiedeva una svolta di grande portata. Occorreva cioè che l’esistenza di fatto di un governo mondiale, di cui la presidenza degli Stati Uniti è elemento chiave, ricevesse una legittimazione nella coscienza universale.
Sotto questo aspetto la storia familiare e personale di Obama è apparsa specchio, non solo della realtà multietnica della società americana, ma di una più ampia condizione dell’umanità del nostro tempo che attendeva di essere riconosciuta nella gestione del potere mondiale. Sul piano simbolico è la supremazia dell’uomo bianco, ovvero della civiltà di origine europea su ogni altra, a cedere il posto a una situazione in cui ogni razza e cultura può sentirsi rappresentata. In questa luce la politica del dialogo, che Obama sta perseguendo rispetto ai nodi delicati dei rapporti internazionali, è coerente con ciò che la sua stessa persona rappresenta.

Vent’anni fa con la caduta del muro di Berlino si era risolta inaspettatamente una contrapposizione ideologico-militare che aveva posto in discussione le sorti stesse del pianeta. Ma negli anni successivi nuove linee di conflitto e una grande cecità politica hanno compromesso l’unificazione mondiale che era nell’ordine delle cose. La crescente interdipendenza di ogni aspetto della vita del pianeta troppo unilateralmente è stata intesa come globalizzazione economica, col risultato di acuire la sofferenza e il risentimento in gran parte dell’umanità: in questo modo le differenze etniche e culturali, anziché ricchezza comune, sono diventate pretesto per nuove contrapposizioni.
Ebbene, a vent’anni di distanza, una nuova svolta creativa è sopraggiunta, ad aprire la strada non allo scontro delle civiltà ma alla loro integrazione: una strada chiaramente connessa alla speranza e alla fiducia nel futuro.
Proviamo a pensare che quanto accade oggi sia frutto di un percorso variamente articolato, lungo il Novecento e in questi primi anni del nuovo secolo, di cui si possono proporre alcune chiavi di lettura.

Per quanto ciò possa apparire non immediato, la prima chiave è storicamente rappresentata dal rifiuto dei totalitarismi.
Sicuramente il Novecento è stato il secolo innanzitutto segnato dalla tentazione di risolvere i gravi problemi della Modernità, l’ingiustizia sociale e il controllo dei poteri e delle risorse, attraverso forme di organizzazione in cui gli individui e i popoli si sono visti espropriati di quei margini di libertà che ogni precedente ordinamento in vario modo concedeva loro.
Non è necessario spendere parole per mostrare quello che la coscienza mondiale ha ampiamente acquisito, se non per dire che, mentre il ripudio del nazifascismo è stato più che interiorizzato dopo la Seconda Guerra Mondiale, non altrettanto lo è quello del comunismo: un po’ per la difficoltà di fare i conti con le aspirazioni alla giustizia da cui esso trae origine, un po’ perché tale esperienza non può dirsi ancora del tutto consumata, soprattutto in Asia. Va osservato inoltre che, secondo alcuni, un terzo tipo di totalitarismo, non politico ma economico e tecnocratico, ci vede tuttora coinvolti: quello di cui proprio gli Stati Uniti sono stati finora i massimi rappresentanti, e che ha ispirato la loro politica particolarmente nell’ultimo ventennio.
Ciò da cui, nella varietà delle sua forme, il totalitarismo è caratterizzato è insomma la pretesa di una risoluzione radicale dei problemi della condizione umana attraverso l’edificazione di un nuovo ordine sociale: pretesa destinata a fallire, in quanto incapace di cogliere la complessità di tale condizione, ma non prima di aver manifestato esiti profondamente distruttivi.

La seconda chiave di lettura è costituita da ciò che rappresenta l’alternativa positiva ai totalitarismi, che solo parzialmente possiamo designare con democrazia, ma in senso più profondo andrebbe indicato con nonviolenza.
Intendiamo con questo termine innanzitutto quanto intendeva Gandhi, cioè una ricerca della giustizia i cui mezzi siano coerenti con il fine; ma si può pensare anche ad altro, ovvero al superamento di quel modello del conflitto su cui si sono fondate le relazioni sociali in epoca moderna, di cui gli stessi totalitarismi sono frutto. Da Martin Luther King al Dalai Lama a Nelson Mandela e Desmond Tutu, i grandi maestri della nonviolenza hanno insegnato a concepire l’oppressore non come qualcuno da distruggere ma come colui che deve essere aiutato a uscire dal suo ruolo.
Il principio della nonviolenza, assunto come principio di governo, può apparire irrealistico nel contesto di un confronto tra stati, ma non lo è in quello di un governo mondiale: non propriamente nei termini della completa rinuncia all’uso della forza, ma in quelli della sua limitazione a risorsa estrema, subordinata in ogni modo al negoziato; muovendo dal presupposto che la politica non ha la facoltà di abolire il male, ma solo di limitarlo. Ciò però significa ancorare la politica a un superiore ordine morale: come del resto pensava Gandhi, che intendeva la nonviolenza come Sathyagraha, cioè 'attenersi alla verità'.

Veniamo così alla terza chiave di lettura. Fondare l’agire politico sul piano metastorico della verità è possibile solo sulla base della fede. Sotto questo aspetto l’apparire sulla scena storica dell’idea politica della nonviolenza presuppone fin dai tempi di Gandhi un fenomeno che si è poi manifestamente dispiegato nella fase finale del Novecento, cioè il ritorno del religioso.
Per quanto le religioni si prestino in questo nostro tempo a svolgere una funzione identitaria, quindi anche ad essere veicolo di conflitto, questa non è che la loro ideologizzazione, mentre in senso più profondo il richiamo alla trascendenza è fondamento di pacificazione, di giustizia e di libertà. Il modello del conflitto è in realtà figlio dell’Europa secolarizzata, in cui i soggetti si concepiscono in competizione non riconoscendo più un ordinamento morale sovraordinato. Il problema è piuttosto un altro: che la sfera religiosa non deve appiattirsi su quella politica, quindi mai identificarsi col potere, ma rappresentare quell’ultimo orizzonte da cui esso trae le sue premesse. Questo è propriamente il senso della laicità, ma anche della nonviolenza: in assenza di ciò si regredisce a forme più o meno affini al totalitarismo.
Si potrebbe dire che il ritorno del religioso rappresenta sulla scena storica la correzione di un errore che ha segnato il filone dominante della moderna civiltà occidentale: l’identificazione del senso della realtà col suo manifestarsi fattuale. L’enorme carica distruttiva di cui la Modernità è portatrice non è che il manifestarsi del nichilismo che vi è implicito.

L’approfondimento nelle diverse direzioni di ciò che tali chiavi di lettura suggeriscono può essere importante per capire il senso del cambiamento in corso. Il fatto che esso si presenti come un riaprirsi dell’orizzonte della speranza è significativo di quanto profonde siano le sue implicazioni.

 

 

Su questi temi i nostri lettori sono invitati a prendere visione degli aggiornamenti del sito: www.interdependence.eu

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ISTITUTO D’ISTRUZIONE SUPERIORE 'FEDERICO ALBERT' DI LANZO TORINESE
in collaborazione con INTERDEPENDENCE

RADICI DELL’UMANITÀ
LE GRANDI AREE MONDIALI EMERGENTI

Una svolta di enorme portata è la fine del predominio sul pianeta della civiltà di origine europea.
Grandi aree mondiali, spesso eredi di antiche civiltà, emergono oggi come soggetti economici, politici e culturali con cui sempre più si dovrà pensare di convivere.
Il ciclo di incontri intende avviare una riflessione intorno alle linee da cui si sta generando il mondo di domani.

LANZO 22 OTTOBRE, ORE 14 – 16
SALA DELLA COMUNITA’ MONTANA DELLE VALLI DI LANZO, VIA MONTE ANGIOLINO 8

CINA: UN’ETICA PER L’IMPERO

Erede di una delle più antiche tradizioni imperiali della storia, che ha organizzato per secoli e millenni un’area di popoli e scambi economici in tutto paragonabile a quella del Mediterraneo e del Vicino Oriente, culturalmente attenta a trovare un equilibrio tra potenza materiale e fondamenti etici, la Cina odierna emerge anche da una sistematica distruzione di radici spirituali. Il risultato, per la più grande massa demografica del pianeta, è uno sviluppo economico imponente e un sistema politico con cui sarà inevitabile misurarsi in ogni parte del mondo. Tale sviluppo e tale sistema si accompagnano all’interno con una riconfigurazione della propria identità che il partito unico vorrebbe garantire. Dalla direzione che assumerà la Cina, dal come riuscirà a rifondare la propria coscienza storica e con quali nuove radici spirituali, dipende l’avvenire non solo della Cina ma del mondo.

Interviene don Ermis Segatti, referente per la Pastorale della Cultura della Diocesi di Torino

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17 ottobre
DIVALI

Divali è una delle più importanti feste dell’Hinduismo e simboleggia la vittoria del bene sul male. È chiamata "festa delle luci", poiché si usa infatti accendere candele o lampade tradizionali chiamate diya. La luce simboleggia il bene che prevale sulle tenebre del male. In molte aree dell'India i festeggiamenti prevedono spettacoli pirotecnici.
La più popolare leggenda associata alla festa è quella che tratta del ritorno del dio Rama nella città di Ayodhya dopo 14 anni di esilio in una foresta. Il popolo della città al ritorno del re accese file (avali) di lampade (dipa) in suo onore, da qui il nome Dipavali o più semplicemente Divali. Su un altro piano però le luci vengono accese in onore di Laksmi, la Madre Divina, per celebrare la sua venuta sulla terra e invocare da lei benessere e prosperità.
I festeggiamenti per Divali si protraggono per cinque giorni nel mese indù di ashwayuja, che solitamente cade tra ottobre e novembre. Per hinduisti, giainisti e sikh è la celebrazione della vita e l'occasione per rinsaldare i legami con famigliari e amici. È diffusa anche l'usanza di scambiarsi abiti, sari e doti, dai vivaci colori; anche i datori di lavoro, in questi giorni, regalano vestiti ai propri dipendenti. Ognuno dimentica gli antichi rancori, tutti sono gentili e festosi e si abbracciano gioiosamente in segno di amicizia.

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