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Il 28 marzo di cinquecento anni fa nasceva ad Avila Santa Teresa di Gesù, una delle più grandi figure spirituali di ogni tempo e cultura.

Molto sembra oggi separarci da quel tempo e da ciò che la sua vicenda rappresenta, eppure grande è l’attrazione che essa esercita.

 

Culturalmente lontano appare innanzitutto il Cinquecento spagnolo. All’uscita dal Medioevo, e anzi da un lungo predominio islamico, per l’ultima volta prese forma l’idea di un impero cattolico, che addirittura si estendeva al di là dell’oceano. Molto rapidamente le forze che muovevano la Modernità l’avrebbero però infranta. Quando alla fine del secolo l’Invencible Armada mancò l’invasione dell’Inghilterra, fu chiaro che il vento della storia aveva iniziato a soffiare altrove. D’altra parte la Riforma Protestante aveva spezzato in due la Cristianità d’Occidente, e ben presto la Chiesa di Roma sarebbe stata posta sulla difensiva dall’emergere di poteri sempre più a lei ostili, e in genere alla marea montante della secolarizzazione.

Nulla più del Don Chisciotte, pubblicato all’inizio del secolo successivo, ha saputo forse rappresentare il mondo che volgeva allora al tramonto: un mondo che, avendo comunque a fondamento nobili valori, non si trovava più al passo con la realtà emergente, senz’altro meglio espressa dall’etica utilitaristica.

Anche l’atmosfera spirituale di quel secolo appare in conseguenza di difficile comprensione. Il fatto che per la prima volta, con la personalità così carismatica di Papa Francesco, un gesuita sia eletto al soglio di Pietro, non deve far dimenticare il sospetto con cui nella cultura moderna si è sempre guardato all’espressione più tipica del Cinquecento spagnolo: la Compagnia di Gesù. L’idea che soprattutto le élite sociali andassero riconquistate coi mezzi della cultura e dell’educazione alla fede cattolica, è stata profondamente screditata e appare assai lontana dalla sensibilità odierna. Diversa sorte può toccare a una vicenda, pur non priva di durezze, consumatasi nel chiuso dei monasteri?

Più in generale: che valore può avere per l’umanità odierna un’esperienza così radicalmente contemplativa come quella del Carmelo?

 

Il fatto che si viva immersi in una società molto lontana dal proporre il cammino spirituale come ideale della vita non significa però che ne manchi l’esigenza.

Quel che si può dire è che essa si manifesta per lo più al di fuori delle forme codificate tradizionalmente, oppure in quelle di tradizioni altre dalla propria, non più riconosciuta come tale. L’Oriente soprattutto appare un luogo d’elezione, alternativo a un Occidente sempre più identificato col materialismo dominante. Il che determina una condizione fertile ma al tempo stesso ambigua; perché la ricerca spirituale è sempre accesso a dimensioni altre, ma non certo in termini di fuga. Non è sufficiente che si visiti altri luoghi, se non si vede con altri occhi quelli noti.

La lettura del racconto che Teresa d’Avila fece della propria vita è dunque oggi un’occasione quanto mai preziosa. Costringe a vedere quanto un’aspirazione così diffusa nella società secolarizzata odierna, che nasce dal disagio esistenziale da essa generata, sappia confrontarsi con la disciplina richiesta da un autentico cammino spirituale.

 

 

Proponiamo, oltre a una lettura di Raimon Panikkar di Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, un brano di Thomas Merton, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, sul senso della vita contemplativa. Proprio il tumulto nel quale più che mai ci è dato vivere, in cui si agitano pericoli inquietanti, richiede il radicamento in ciò che è al di là delle circostanze. La lotta che si sta combattendo oggi non è solo storico-politica, ma anche e soprattutto spirituale. 

 

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