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lesauxIl 7 dicembre di quarant’anni fa lasciava questa vita Henri le Saux, ovvero Swami Abhishiktānanda, una delle grandi figure spirituali del Novecento.

Parliamo del monaco benedettino che, dopo aver raggiunto in India Jules Monchanin e aver fondato con lui l’ashram cristiano di Saccidananda, visse una profonda immersione nella spiritualità hindū, adottando l’abito esteriore e interiore del samnyasin, e aprendo, con la sua esperienza e coi suoi scritti, una via di cui soprattutto l’amico Raimon Panikkar avrebbe indagato il senso culturale. Poiché si tratta di una via che ancora intimamente ci coinvolge, siano consentite alcune brevi considerazioni.

 

L’esperienza dell’incontro con l’India è fin dall’Ottocento, per l’uomo della moderna società occidentale, motivo di profonda attrazione. I processi di secolarizzazione, attraverso cui essa ha definito la sua identità, hanno plasmato un’umanità per un verso profondamente intrisa di materialismo, per l’altro spiritualmente bisognosa, ma sempre più incapace di rivolgersi alla propria tradizione religiosa. Ciò ha contribuito, in un orizzonte storico determinato dal colonialismo, a fare dell’Oriente, e dell’India in particolare, il luogo metastorico di una religiosità originaria di cui l’Occidente ha perso le tracce. All’interno di questa suggestione, generazioni di occidentali hanno vissuto il pellegrinaggio in India come esperienza di ricerca di una più profonda dimensione umana. Quanto più le modalità di vita di cui l’Occidente si faceva portatore recidevano i legami con la memoria spirituale dell’umanità, tanto più l’India se ne faceva custode.

Nell’orizzonte odierno, caratterizzato dalla globalizzazione, elementi delle culture orientali sono ormai diffusamente presenti nella coscienza più comune, confluendo soprattutto in quel variegato fenomeno noto come New Age, che ha il merito di rispondere a un diffuso bisogno di rinnovamento spirituale, ma distorcendolo secondo una logica che in ultimo è di mercato. La spiritualità può oggi facilmente diventare oggetto di consumo, ma meglio sarebbe forse il suo rifiuto esplicito.

Il problema è che un rinnovamento autentico non può prescindere da esperienze di autentica ricerca, come è stata quella di Le Saux, e da un quadro culturale adeguato, come quello a cui ha tanto lavorato Panikkar. Non può prescindere soprattutto dal confronto con la cultura occidentale e col problema che l’affligge: la rimozione del cristianesimo. Proprio perché un rinnovamento autentico esclude la fuga da se stessi, bisogna che altri accessi alle vie dello spirito rendano nuovamente agibile quello originario. Ciò da cui il pellegrinaggio in India di Le Saux è stato mosso non è certo la fascinazione dell’esotico, ma la ricerca delle sorgenti vive della spiritualità universale, sempre in qualche modo scandalo e paradosso per chi vi attinge.

Se si vuole che il mondo attuale non sia solo della tecnica e del mercato, ma anche dei popoli e delle culture, secondo un orizzonte di valori di cui in questi giorni si celebra in Mandela uno dei più grandi testimoni, bisogna che la vita spirituale rifiorisca rigogliosa, secondo vie necessariamente nuove ma fedeli al tempo stesso alle sue radici più profonde.

 

Tra i libri recentemente usciti su Le Saux, ricordiamo di Paolo Trianni Henri Le Saux. Swami Abhishiktananda. Un incontro con l’India, Jaca Book, Milano 2011, e, a cura di Paolo Trianni e William Skudlarek, Cristo e l’Advaita. La mistica di Henri Le Saux tra cristianesimo e induismo, Studium, Roma 2013.

 

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