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San FrancescoLa rinuncia di Benedetto XVI e l’elezione del nuovo Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco hanno rappresentato, nell’arco di trenta giorni, le due facce di un evento che illumina significativamente questi nostri tempi.

È intrinseca al Cristianesimo una visione drammatica della vita, costantemente segnata dal problema del male. Il suo evento fondante, anch’esso duplice, è costituito dal nesso pasquale della Resurrezione e della Croce, e il senso stesso della Chiesa è dato dalla fede che ‘le porte degl’inferi non prevarranno’. In questa visione non è però concesso pensare che il male sia un fatto esterno all’uomo, perché anzi abita il suo cuore, e neppure alla Chiesa: la tentazione di pensarlo conduce a quell’autoreferenzialità di cui ha parlato il cardinale Bergoglio immediatamente prima dell’elezione, che vuol dire l’inaridimento della fede e della vita stessa; per cui la Chiesa è costantemente chiamata alla penitenza, a rinnovare quella rinuncia al mondo che è condizione imprescindibile perché nel mondo operi la Salvezza. È chiaro a chiunque che il nome di Francesco significa questo. Averlo scelto, o aver accolto l’ispirazione che lo suggeriva, significa aver posto un simbolo più eloquente di qualsiasi discorso.

Poiché un simbolo è per sua natura portatore di una complessa stratificazione di significati, tra loro intimamente interconnessi, il Papa stesso ha esplicitato quelli più evidenti, che direttamente parlano al cuore di ogni uomo, cogliendo nodi profondi della sua condizione attuale: la povertà, la pace e la custodia del creato. A loro volta questi tre significati hanno implicazioni complesse, e in particolare vorremmo soffermarci su quello della pace.

È del tutto evidente che la ricerca della pace ha investito con particolare intensità negli ultimi decenni i rapporti tra la le culture religiose, riferimenti imprescindibili per l’identità delle comunità che abitano il pianeta. Sotto questo aspetto la figura di Francesco che nell’epoca delle Crociate si recò in pace a comunicare col Saladino è importante; ma ancor di più lo è il fatto che il suo nome, per ragioni certo non casuali, si sia legato a quell’altro grande evento che ha segnato una svolta senza paragoni nei rapporti tra il Cristianesimo e le altre religioni: l’incontro di Assisi voluto nel 1986 da Giovanni Paolo II. Un evento la cui ricchezza straordinaria è ancora in buona parte da scoprire, in cui è implicito un profondo  rinnovamento della Chiesa e della Cristianità, nel segno per l’appunto dell’uscita dall’autoreferenzialità, con effetti altrettanto rilevanti sulle altre religioni.

Nelle pagine che seguono vorremmo fornire alcuni contributi in tal senso, sia pure di diversa natura.

Coincidendo inoltre quest’anno il tempo della Pasqua ebraica e di quella cristiana, sia occasione per meditare sul senso profondo delle comuni radici. 

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